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Il suffeudo in Calabria e nella Diocesi di Gerace
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Inviato: Mar Gen 16, 2018 7:33 am    Oggetto: Ads

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Scinuso



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MessaggioInviato: Mer Feb 11, 2009 8:07 pm    Oggetto: Il suffeudo in Calabria e nella Diocesi di Gerace Rispondi citando

Cari amici,

vi propongo di esaminare insieme quanto, allo stadio degli studi, è possibile ricostruire in ordine al fenomeno del baronaggio suffeudale, nel senso anche, più in generale, di una ricostruzione del profilo giuridico della materia feudale napoletana, non esaurita, come è noto, nel tipo del feudo in capite curiae.

Inoltre sarebbe interessante censire, per quanto è noto alle fonti edite, la portata precisa del fenomeno nella nostra zona, elencando con precisione i suffeudi, e in generale i feudi "minori", chiamiamoli per ora così, negli stati feudali compresi nella nostra Diocesi.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la materia feudistica gode di una bibliografia antica e vasta; uno studio assai puntuale, con riferimenti anche ad alcuni grandi autori della tradizione è quello di CARMELO ARNONE, I titoli nobiliari calabresi ed il loro trapasso durante i secoli, in Rivista Araldica, Aprile 1949, Anno XLVII, n.4, pp.107-112.

Cito dall'articolo: "Il feudo poteva essere concesso secondo la terminologia di Andrea d'Isernia, seguita dagli altri feudisti, o immediatamente dal sovrano, o mediatamente dal sovrano e immediatamente dal barone. Il feudo mediato nei confronti del sovrano era chiamato suffeudo. Nelle costituzioni fridericiane il feudo concesso direttamente dal re è chiamto Tenere in capite a Rege; quello concesso mediatamente dal re e immediatamente dal barone, o dal solo barone, è chiamato Tenere ab alio". (Si vede come non si configurerebbe una differenza di qualità trai due, che forse si deve alla dottrina posteriore).

Presto illustrerò la distinzione generale trale concessioni feudali ricostruita da Arnone.

Attendo contributi su entrambi i punti della questione.

Saluti

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Scinuso


L'ultima modifica di Scinuso il Mer Feb 11, 2009 8:38 pm, modificato 1 volta
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Scinuso



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MessaggioInviato: Mer Feb 11, 2009 8:26 pm    Oggetto: Rispondi citando

In breve, A. distingue tra:

-feudi in capite a regia curia, o quaternati simpliciter; sono i cosiddetti feudi maggiori. Il Principato di Gerace, quello di Roccella, il Marchesato di Castelvetere, la Contea di Grotteria ecc.

-feudi quaternati secundum quid. "Si aveva quando dal barone era concesso un luogo abitato o territorio della baronia, col consenso del sovrano, da tenersi alle dipendenze del barone e da doversi registrare nei quinternioni della R. Camera. Esso si distingueva dal feudo quaternato simpliciter, perchè questo si concedeva dal sovrano" (id., p. 111). Si potrebbero individuare degli esempi.

-feudi piani o de tabula, o suffeudi. "Quando invece il barone, senza consenso del re, concedeva un podere della sua baronia, ridotto o no a cultura, col peso del servizio militare o di altra prestazione da farsi a lui, si aveva il feudo piano o de tabula" (ib.). Il feudo de tabula è militare o rustico.
Nel primo caso importa l'obbligo di servizio militare o pagamento di adhoa, è "un vero feudo regolato dal diritto feudale".
Nel secondo importa prestazioni in natura o di opere manuali: il suffeudo rustico è un allodio regolato dal diritto civile, e non dal diritto feudale.

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Scinuso



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MessaggioInviato: Gio Feb 12, 2009 3:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

La differenza tra quaternati secundum quid e feudi de tabula militari, sebbene perspicua in ordine alla fons da cui promana la concessione (il barone e il re nel primo caso, il solo barone nel secondo), non è tuttavia così netta se si osserva la storia di alcune dinastie suffeudali della nostra zona (un discorso mi viene in mente su casa Linares d'Aragona, che ha regio assenso su Maratà, in Gioiosa, e Gargano, in Siderno, solo nell'atto della prima concessione da parte di Marino Correale nel 1458, almeno da quanto resta dell'archivio di famiglia regestato da M. Pellicano Castagna).

Ancora da tenere distinti sono i feudi in capite privi di giurisdizione, perchè disabitati, ma che erano di concessione regia e annotati nei registri della Regia Camera. Per esempio le Baronie di Romanò e Santa Maria delle Grazie in territorio di Gioiosa. Anche tra questi e le altre due categorie minori, come si sa, il confine storicamente è stato aperto a "discese di rango", spesso cercate dai proprietari a fini fiscali. Mi viene in mente, trai vari, il feudo Landolfo presso Castelvetere.

Così velocemente delineato il quadro, come si vede vario e intersecato, del fenomeno baronale, potremmo passare a censire quanto di noto risulta circa i suffeudi presenti nel nostro territrio.

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Giovanni Grimaldi



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MessaggioInviato: Gio Feb 12, 2009 4:10 pm    Oggetto: Rispondi citando

Gentile Scinuso,

l'argomento (come ben sai) incontra il mio interesse (quasi quanto il patriziato).

Ho iniziato ad interessarmi dei suffeudi quando iniziai gli studi sui Grimaldi calabresi (suffeudatari di Missimeri o Messimeri, nel feudo Stefanaconi, nel contado di Soriano calabro, secondo V. Mezzatesta).
(Da vedere anche "Archivio storico per la Calabria e la Lucania", v.57-58 aa. 1990-91, pag. 108 e seg.)

L'argomento inoltre è davvero molto interessante proprio perchè coinvolge tutta una serie di famiglie che storicamente furono spesso identificate fra le famiglie nobili e feudali e quelle famiglie che semplicemente ebbero il possesso di un suffeudo.

Ma sono proprio questi patrimoni che sono stati spesso oggetto di particolare attaccamento a realtà locali, cittadine, e tramandati per secoli nella stessa famiglia o nei loro discendenti, che attraverso i secoli e l'uso, vennero spesso definiti "baroni", formalmente tali fino all'abolizione della feudalità e spesso opinio loci anche dopo.

Sul tema ricordo il volume di Marino Freccia "De subfeudis baronum, & inuestituris feudorum. Quibus accesserunt nonnulli Tractatus aurei, ac singulares - Venezia, 1579,
e quello di Paolo Gusella, Un trattato feudale secentesco: il "De Subfeudis" di Andreas Kohl; rel. G. Di Renzo Villata - Milano - 1989


Per quanto riguarda i suffeudi della zona che indicavi ricordo il lavoro di Mario Pellicano Castagna, "Araldica moderna della Locride", in Scritti storico-nobiliari, ed. Frama Sud, 1984, già in Storia e cultura della Locride, a cura di Giuseppe Calogero, Messina, La Sicilia, 1964.

Questo breve studio elenca molti suffeudi e cita le famiglie che ne furono intestatarie.
Davvero stimolante.

Cmq sia se posso darti una mano... son qua.

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Giovanni Grimaldi

"Ricordate le gesta compiute dai nostri padri ai loro tempi e ne trarrete gloria insigne e nome eterno."

(Maccabei, Libr. 1, cap. 2, v. 51)
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Scinuso



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MessaggioInviato: Gio Feb 12, 2009 6:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

Grazie caro Giovanni,

Lo studio di Pellicano Castagna è la panoramica più completa disponibile. Tuttavia consta di semplici elenchi di famiglie, con rade date di alienazione o successione tra esse.

Sarebbe un lavoro assai meritorio ricostruire con ragionevole precisione le successioni suffeudali, indicando i singoli intestatari. Temo che richieda ricerche assai ponderose, anche per un' area circoscritta come la nostra Crying or Very sad Crying or Very sad .

Tuttavia forse in alcuni casi è già possibile.

Per esempio: i suffeudi noti a PC in territorio di Stilo sono: ARCAMONE (famm. Riggitano e Salerno); COLICESTRA (Bonelli, Presterà, Gagliardi); SALESI (Crea); GRILLO-SANFILI, presso Stignano (Carnovale).

Chi ha notizie più dettagliate?

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Scinuso



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MessaggioInviato: Gio Feb 12, 2009 7:15 pm    Oggetto: Rispondi citando

Mare Nostrum ha scritto:
Scinuso ha scritto:
La differenza tra quaternati secundum quid e feudi de tabula militari, sebbene perspicua in ordine alla fons da cui promana la concessione (il barone e il re nel primo caso, il solo barone nel secondo), non è tuttavia così netta se si osserva la storia di alcune dinastie suffeudali della nostra zona (un discorso mi viene in mente su casa Linares d'Aragona, che ha regio assenso su Maratà, in Gioiosa, e Gargano, in Siderno, solo nell'atto della prima concessione da parte di Marino Correale nel 1458, almeno da quanto resta dell'archivio di famiglia regestato da M. Pellicano Castagna).

Ancora da tenere distinti sono i feudi in capite privi di giurisdizione, perchè disabitati, ma che erano di concessione regia e annotati nei registri della Regia Camera. Per esempio le Baronie di Romanò e Santa Maria delle Grazie in territorio di Gioiosa. Anche tra questi e le altre due categorie minori, come si sa, il confine storicamente è stato aperto a "discese di rango", spesso cercate dai proprietari a fini fiscali. Mi viene in mente, trai vari, il feudo Landolfo presso Castelvetere.

Così velocemente delineato il quadro, come si vede vario e intersecato, del fenomeno baronale, potremmo passare a censire quanto di noto risulta circa i suffeudi presenti nel nostro territrio.


Caro Furio,
questo è tutto quanto riporta Mario Pellicano Castagna nel suo studio "Araldica moderna della Locride", in Scritti storico-nobiliari, ed. Frama Sud, 1984, (già in Storia e cultura della Locride, a cura di Giuseppe Calogero, Messina, La Sicilia, 1964) alle pagg. 50-51:

Citazione:
Suffeudo era un predio rustico di natura feudale, disabitato, e perciò privo di giurisdizione, nonché rilevante, ossia dipendente da un altro feudo in capite. A parte queste caratteristiche, esso era un vero feudo e, come tale, regolato dal diritto feudale. I suffeudatari occupavano l'ultimo posto della gerarchia feudale; anticamente erano chiamati militi, e solo verso la fine del '500 incominciarono ad usare il titolo di barone che, sebbene non contemplato da alcuna legge, né suffragato da specifica concessione, fu col tempo legittimato dal lungo uso e divenne norma generale.
Di fatto, nell'opinione pubblica, questi baroni godevano di larga considerazione, sia perchè, a differenza dei feudatari, essi appartenevano in genere alla nobiltà locale, più vicina e quindi più conosciuta, sia perchè vantavano antica e spesso antichissima tradizione di dominio, di parentadi e di censo cospicuo. Singolare infatti appare la cura, e direi l'accanimento di questa feudalità provinciale nel conservare in famiglia il sia pur piccolo possesso avito; lo dimostra il fatto che i trapassi di suffeudi per atti di compravendita furono sempre rari ed eccezionali. Di conseguenza, altrettanto singolare è il contrasto tra il rapido dileguarsi di tante famiglie feudatarie nel giro di qualche generazione, ed il rigoglioso fiorire di vere e proprie dinastie di suffeudatari, irradicati per secoli sempre nello stesso possesso agnatizio che qualche volta rimonta all'età normanna (è il caso, ad esempio, dei baroni Fonte a Castelvetere). Anche la Locride, come ogni altra parte del Regno, ebbe numerosa questa classe feudale, sulla quale non è mai stata fatta, ch'io sappia, alcuna indagine approfondita. Né può essere intesa come tale quella che io qui presento, e che è soltanto un primo e modesto tentativo di enumerazione dei suffeudi della Locride, quali risultano dalle scarse fonti archivistiche. Né questo elenco pretende di essere del tutto completo, poiché non si sono potuti individuare, ad esempio, alcuni suffeudi della zona di Bianco-Bruzzano, nel cui territorio è certa l'esistenza, nel '6-700, di altre famiglie baronali, come i Caffarelli (emigrati in Reggio), i De Lorenzo, i Mesiti Franzè. Ricerche più accurate potrebbero esser fatte sui vecchi catasti onciari dei comuni, o negli archivi domestici (ove sussistano) delle poche famiglie superstiti.

Ed ecco ora un rapido elenco dei suffeudi della Locride, dei quali si è potuto indagare la storia:
In territorio di Stilo: ARCAMONE, delle famiglie Riggitano e Salerno; COLICESTRA, delle famiglie Bonelli, Presterà e Gagliardi; SALESI, della famiglia Crea; GRILLO o SANFILI, presso Stignano, della famiglia Carnovale.
In territorio di Castelvetere: CALDERONE, detto anche Ambato e Anto, delle famiglie Calderone, Spagnolo, De Fiore e Musco; SANT'ALESSANDRO o LANDOLFO (già feudo quinternato), delle famiglie Lucifero, Terza, Hyeraci, Lucano e Castagna; PISANA, della famiglia Arcadi; CAPOZZA, della famiglia Cricelli; TERZA (sezione del feudo S. Alessandro), delle famiglie Falletti e Strati; CATONIZZA o FONTE, della famiglia Fonte; ADRIANO o MONGO, della famiglia Ajossa dal 1490; ADRIANO (altra sezione), della famiglia Musco; CACCAMO o SERROLINA, delle famiglie Nicosia e Teotino; TARSIA, delle famiglie Siscara, Di Capua e Asciutti (1691).
In territorio di Roccella: DOMOLA', delle famiglie Arcadi, Manfrè e Hyeraci; ROCCHETTA, della famiglia Pasqualino.
In territorio di Martone: POLLIGORI, delle famiglie D'Aragona de Ajerbe, Macedonio e Asciutti.
In territorio di Gioiosa: MARATA' e CIRCHETTO, infeudato nel 1458 alla famiglia Linares; PANAJA e DONNADOPPIDO, delle famiglie Deodino, Linares, Mazza e Pellicano (1754); ANNITA, delle famiglie Condercuri, Hyeraci (1614) e Pellicano; GALEA, delle famiglie Romano, Striveri, Cicala, D'Aragona de Ajerbe, Hyeraci, Passarelli, e poi del principe di Roccella.
In territorio di Grotteria e Siderno: MADAMAGILLA e GARGANO, infeudato nel 1458 alla famiglia Linares; PIRGO e MELOCHIA, delle famiglie Santacroce e Correale Santacroce; SANT'ANNA, della famiglia Capogreco.
In territorio di Gerace: MADAMAZIMOLA, delle famiglie Sacco, Vento e Spina; MODI, delle famiglie Ramirez, Contestabile e Avitabile.
In territorio di Brancaleone: GALATI, delle famiglie Genoese e Filocamo, da Reggio.


Fra l'altro si menziona anche il suffeudo di "Poligori", delle famiglie Macedonio e Asciutti, del quale si sta parlando

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su questo stesso forum.

Come dicevamo al telefono pochi giorni orsono, caro Furio, il pur breve testo del Pellicano fornisce molti spunti di riflessione e di indagine, soprattuto partendo dalla sua stessa ammissione che si tratta

Citazione:
soltanto di un primo e modesto tentativo di enumerazione dei suffeudi della Locride


Conducendo infatti ricerche archivistiche nella nostra zona, capita infatti di trovare con metodica frequenza testimonianze documentarie di antichi suffeudi, che adrebbero aggiunti in un futuro e auspicabile studio completo sul fenomeno suffeudale nel nostro territorio.

Ad integrationem, intanto, dello studio di Pellicano, cito qui l'altro grande studioso nostro, Franz von Lobstein, che nel 1° volume del suo "Settecento Calabrese e altri scritti", dedica due capitoli alla questione, intitolati rispettivamente: "Osservazioni sulla natura del suffeudo" e "Baroni feudtari e Baroni suffeudatari", che vale davvero la pena di andarsi a leggere ....
Laughing

Per chi non l'avesse ancora fatto, e sperando di far loro cosa gradita, ho messo a disposizione le relative riproduzioni a questo link (scusandomi per la non eccelsa qualità delle riproduzioni fotografoiche...);

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Grazie mille Marco del contributo,

quello di redigere un censimento il più possibile esaustivo del fenomeno nella Locride è un auspicio a cui, senza per forza dover qui pubblicare i risultati inediti delle ricerche di ciascuno, si potrebbe qui dare un abbozzo di definizione.
Lo stesso PC ammetteva il carattere perfettibile della sua panoramica.

Il contributo di tutti, e con le cautele che ho espresso, è benvenuto.

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Scinuso
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Giovanni Grimaldi



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MessaggioInviato: Gio Feb 12, 2009 7:25 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Scinuso,

come son vere le tue parole!

Anzi aggiungerò che proprio la mancanza di studi mirati, seri, critici, scientifici, si assiste oggi, purtroppo, al disdicevole spettacolo di fantanobili, di millantatori, di bugiardi, di "titolatissimi", o quanto meno di ignoranti che non conoscendo la secolare storia di feudi, suffeudi, famiglie e genealogia, purtroppo impazzano.

Ma come mai?
Perchè da vari e reali storici queste materie sono spesso, ma frettolosamente, definite "araldiche" e per questo accantonate, con una smorfia di disappunto, nel cassone delle cose vecchie ed inutili, perchè più simili a discorsi da salotti snob che argomenti di ordine e materia storica seria e scientifica.

La domanda a questo punto sarebbe:
- può uno storico vero (o una associazione storica degna di questo nome) restare inerte, silente ed in disparte?

Certamente no.
Perchè il primo dovere di uno storico è difendere, provare, dimostrare la verità.
E questo vuol dire ESPRIMERSI.

Se gli storici lasciano incustodito il campo delle materie storiche, genealogiche ed "araldiche" in genere è ovvio che assisteremo al dilagare dell'ignoranza e della menzogna.

E siccome queste materie sono rami della storia inevitabilmente la bugia e l'ignoranza, partendo da una successione feudale, da una genealogia alterata, inficierà anche la storia di una città, di una provincia, magari di argomenti ben più complessi.

Lancio quindi l'appello agli storici in genere ed a quelli della Calabria e del meridione in particolare:
- non lasciate la memoria storica delle nostre terre in balia di eventuali bugiardi, ignoranti, mistificatori che potrebbero "fiorire" nel vuoto che avete lasciato in questi studi.

La storia della Calabria ha bisogno di chi la studi, la difenda, la custodisca.

Perchè nella storia delle città, dei luoghi, delle famiglie, piccole e grandi, dei feudi e dei beni patrimoniali, si ritrova la storia vera, più genuina ed autentica della Calabria e della sua gente.

Grazie a tutti.
E scusate lo sfogo.

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Giovanni Grimaldi



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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2009 10:52 am    Oggetto: Rispondi citando

Caro Scinuso,

come son vere le tue parole!

Anzi aggiungerò che proprio la mancanza di studi mirati, seri, critici, scientifici, si assiste oggi, purtroppo, al disdicevole spettacolo di fantanobili, di millantatori, di bugiardi, di "titolatissimi", o quanto meno di ignoranti che non conoscendo la secolare storia di feudi, suffeudi, famiglie e genealogia, purtroppo impazzano.

Ma come mai?
Perchè da vari e reali storici queste materie sono spesso, ma frettolosamente, definite "araldiche" e per questo accantonate, con una smorfia di disappunto, nel cassone delle cose vecchie ed inutili, perchè più simili a discorsi da salotti snob che argomenti di ordine e materia storica seria e scientifica.

La domanda a questo punto sarebbe:
- può uno storico vero (o una associazione storica degna di questo nome) restare inerte, silente ed in disparte?

Certamente no.
Perchè il primo dovere di uno storico è difendere, provare, dimostrare la verità.
E questo vuol dire ESPRIMERSI.

Se gli storici lasciano incustodito il campo delle materie storiche, genealogiche ed "araldiche" in genere è ovvio che assisteremo al dilagare dell'ignoranza e della menzogna.

E siccome queste materie sono rami della storia inevitabilmente la bugia e l'ignoranza, partendo da una successione feudale, da una genealogia alterata, inficierà anche la storia di una città, di una provincia, magari di argomenti ben più complessi.

Lancio quindi l'appello agli storici in genere ed a quelli della Calabria e del meridione in particolare:
- non lasciate la memoria storica delle nostre terre in balia di eventuali bugiardi, ignoranti, mistificatori che potrebbero "fiorire" nel vuoto che avete lasciato in questi studi.

La storia della Calabria ha bisogno di chi la studi, la difenda, la custodisca.

Perchè nella storia delle città, dei luoghi, delle famiglie, piccole e grandi, dei feudi e dei beni patrimoniali, si ritrova la storia vera, più genuina ed autentica della Calabria e della sua gente.

Grazie a tutti.
E scusate lo sfogo.

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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2009 11:17 am    Oggetto: Rispondi citando

Ho letto da qualche parte di "Castania e Cuzzoghieri" (sic) due corpi feudali in territorio di Grotteria NON compresi nello Stato Feudale della famiglia Carafa.

Non trovo però nessun riferimento a questi due presunti feudi/suffeudi nè nel Pellicano Castagna nè nel regesto di Padre Russo.

Sono feudi/suffeudi reali o sono da considerarsi pura invenzione letteraria?

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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2009 2:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

Mare Nostrum ha scritto:
Come già scritto più sopra, l breve contributo del Pellicano Castagna rappresenta, per sua stessa ammissione:

Citazione:
soltanto un primo e modesto tentativo di enumerazione dei suffeudi della Locride


mentre il Regesto Vaticano per la Calabria, monumentale lavoro del padre Russo, non si occupa certamente della materia suffeudale.

Qualunque studioso, come correttamente ha rilevato l'amico Furio/Scinuso più sopra, sa che un censimento completo dei suffeudi e del fenomeno suffeudale nella Locride (e non solo) non è mai stato neppure tentato..

Solo la ricerca d'archivio, condotta con metodo, scientificità e assenza di pregiudizi/paraocchi potrà, col tempo, consentire un simile impegnativo risultato.

Del resto la letteratura è una cosa bellissima, ma di solito la si lascia ad altri argomenti, come per esempio l'esposizione romanzata delle vite dei Cardinali (sic), o altri affascinanti temi...


Aggiungo che ho appena consultato la monumentale opera di Vincenzo Naymo, Uno stato feudale nella Calabria del Cinquecento. La platea di Giovanni Battista Carafa, marchese di Castelvetere e conte di Grotteria (1534), Gioiosa Jonica 2004 ed è presente una località, in territorio di Grotteria, denominata Castania mentre Cuzzoghieri non è presente.

Tale località Castania però non è mai nominata come feudo o suffeudo, al contrario di molte altre località che sono denominate esplicitamente, e fa parte a tutti gli effetti dei domini Carafa.

Non ricordo esattamente dove lessi di questo presunto suffeudo di Castania e Cuzzoghieri ma mi vado convincendo che probabilmente ho letto di voli pindarici e fantasie.

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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2009 3:37 pm    Oggetto: Rispondi citando

Cari amici,

lo studio dei suffeudi, oltreché auspicabile e affascinante, a mio giudizio dovrà essere pane per i denti di storici metodologicamente attrezzati, visto il ventaglio di problemi di varia eziologia che pone e le discussioni che sollecita.

Quanto allo specifico, sottolineo che i feudi di Castania e Cuzzochieri sono realmente esistiti. Azzardo l'ipotesi - da verificare - che siano di tarda formazione visto che di essi si ha finora notizia solo a partire dal XVIII secolo.
Si ritrovano menzionati fra i domini dei Carafa nelle carte topografiche (carta di Grotteria) dei feudi fatte compilare dal principe Vincenzo Maria Carafa durante la seconda metà del Settecento, pubblicate dall'amico Robero Fuda.

Per non lasciarvi del tutto all'asciutto di documentazione vi offro un passo di uno stupefacente documento della prima metà del XVIII che offre spunti di natura sociale molto interessanti. Il documento riguarda il feudo di Cuzzochieri.

Non vi anticipo nulla giudicate voi, dico soltanto che sta per essere pubblicato in appendice, insieme a molti altri, nel mio volume sul notariato in Calabria di imminentissima pubblicazione:

In nostri presntia personalmente constituto mastro Stefano Ritorto di questa terra di Grotteria, bene cognito etc., agente alle cose infrascritte per se stesso, suoi heredi etc., parte ex una.
Et ex altera il signor don Francesco Antonio Cognetti, attuale erario di Sua Altezza padrona la signora prencipessa di Roccella; il quale signor Cognetti agge et interviene a nome e parte dell’Altezza del signor prencipe di Roccella etc.
Et asserisce esso signor Cognetti, a nome come di sopra, tenere e possidere come vero signore padrone fra l’altre rendite, a nome di detta altezza di detto signor prencipe, il feduo di Cuzzuchiero, sito e posto in questo sudetto territorio di Grottaria, iuxta suos notorios fines etc. E perché per il passato detto signor Cognetti diede strettissimo conto di tutte le rendite di detto feduo a detta prefata Altezza del signor prencipe, alla fine, giorni sono, in presenza del medemo signor Cognetti, comparve detto mastro Stefano Ritorto ed offerse per dette rendite del sudetto feduo di Cuzzuchiero docati ottantacinque per anni tre e uno a beneplacido.
E conoscendo detto signor Cognetti l’utile di detta Altezza del signor prencipe, volentieri condiscese a detta offerta da detto Ritorto fatta colli seguenti patti e condizioni
...

Saluti

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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2009 6:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

Cerco di rispondere brevemente ai quesiti.

Quest'anno ricorrono 25 anni da quando frequento gli archivi, dunque qualche conoscenza - modestamente - credo di averla acquisita.

Gli atti notarili non sono documenti di poco conto. Il notaio era un pubblico ufficiale il cui compito era quello di redigere, secondo le norme legislative vigenti, i contratti fra privati, garantendone la pubblica fede, curandone la registrazione in appositi repertori e dunque l'assoluta autenticità. Andare da un notaio tra l'altro costava abbastanza, anche allora. Dunque la gente non andava dai notai per giocare o per stendere atti fasulli, né in punto di morte qualcuno si sarebbe mai sognato di trasmettere ad un proprio figlio ciò che non gli competeva. Ogni protocollo notarile ogni anno veniva ispezionato da un funzionario del sovrano al fine di valutare l'adesione dei contratti alle norme legislative vigenti. In caso contrario il notaio rischiava ogni anno la sospensione. Sull'attendibilità degli atti notarili non si possono esprimere dubbi, essi costituiscono prova di per sé, in quanto tali; altrimenti il senso della publica fides tipica dell'istituto notarile dove andrebbe a finire? In altri termini occorrono prove serie e circostanziate per smentire un atto notarile mentre un atto notarile non ha bisogno di ulteriori prove per legittimarsi. Ricordo che per feudi (città e paesi) e suffeudi, in caso di alienazione, era necessario un atto notarile di vendita. L'unico modo per alienare un feudo dunque era andare dal notaio. Questa fonte dunque risulta l'interlocutore principale per la ricostruzione dei suffeudi, oltre naturalmente, alle cancellerie feudali e agli archivi privati delle famiglie beneficiarie. (Per i feudi, ovviamente, esistono altre fonti attestanti la successione).

Naturalmente anche per i suffeudi erano necessari gli assensi. Nella successione padre-figlio o in caso di acquisto occorreva l'assenso. Molte delle famiglie di cui parliamo conservano nei loro archivi la copia di ciò che veniva emesso dalla cancelleria del feudatario per i suffeudi e del sovrano per i feudi. Talvolta anche i suffeudi ottenevano una ulteriore conferma regia. Le copie, quando dotate di sigillo del feudatario e dunque autentiche, costituiscono prova inconfutabile di assenso anche se conservate in archivi privati.

A differenza dei feudi, dove a contare oltre alla tenuta era anche il titolo, il suffeudo può essere considerato un bene più intimamente legato al suo detentore, poiché era molto spesso un appezzamento di terreno su cui egli esecitava in modo diretto, fisico, tale possesso o, se vogliamo, la sua giurisdizione. Perciò al di là delle carte fin troppo probanti e comunque in larga misura reperibili, accanto al presunto o reale titolo, non si può non tener conto nella ricostruzione storica in quali mani questi suffeudi rimasero e attualmente, divenute proprietà dal 1806, si trovano (fatte salve successive e recenti alienazioni). Un suffeudo per i nostri predecessori, infatti, non era strettamente un titolo che precedeva il cognome, ma un possesso concreto e tangibile da cui derivava censo e prestigio. Ecco perché la "vox populi" talvolta risulta perfettamente in linea con le risultanze dei documenti.

Dunque, per concludere, non si può parlare astrattamente di suffeudi che discendono, transitano, risalgono, saltano i maschi viventi a vantaggio di femmine o non tengono in alcun conto le alienazioni (tra l'altro fonte di incassi di migliaia di ducati per i venditori).

Questo se vogliamo discutere sul serio, come è consono in questa sede e tra addetti ai lavori, altrimenti ognuno può crearsi uno spazio ad hoc nel quale sostenere ciò che crede, nella convinzione che corrisponda al vero.

In questo siamo liberi.

Saluti.

V.

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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2009 7:01 pm    Oggetto: Rispondi citando

Devo precisare che per me la questione era ed è perfettamente chiara nei termini che Vincenzo ha specificato.

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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2009 8:01 pm    Oggetto: Rispondi citando

Licofoli ha scritto:
... (omissis)....

Dunque, per concludere, non si può parlare astrattamente di suffeudi che discendono, transitano, risalgono, saltano i maschi viventi a vantaggio di femmine o non tengono in alcun conto le alienazioni (tra l'altro fonte di incassi di migliaia di ducati per i venditori).

Questo se vogliamo discutere sul serio, come è consono in questa sede e tra addetti ai lavori, altrimenti ognuno può crearsi uno spazio ad hoc nel quale sostenere ciò che crede, nella convinzione che corrisponda al vero.

In questo siamo liberi.

Saluti.

V.


Epilogo della discussione netto, chiaro, serissimo.

Egregio Licofoli mi permetta di esprimerle la mia condivisione ed i miei complimenti.

Il tema dei feudi e dei suffeudi, dei titoli e delle successioni necessita di prese di posizioni come queste e gli storici come lei bene fanno ad intervenire con autorevole e ferma posizione sull'indiscutibile questione che bisogna ben separare la storia documentata e documentabile dall'opinionismo, dal "jure sanguinis" e dalle pretese velleitarie....

Il caso del

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è un vivo esempio di come la ricerca dei documenti renda giustizia alla verità della storia.

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MessaggioInviato: Sab Feb 14, 2009 9:15 pm    Oggetto: Rispondi citando

Mare Nostrum ha scritto:
Quanto al
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, mentre è indubbio che i Macedonio ne furono investiti direttamente dai feudatari Aragona de Ayerbis,


Al fine di evitare equivoci è bene precisare che non è mai esistita alcuna investitura da parte degli d'Aragona de Ayerbe a favore dei Macedonio per un motivo semplice e scontato: nel 1666, anno a cui risalirebbe la transizione del suffeudo dagli Aragona ai Macedonio, gli unici che avrebbero potuto investire i Macedonio erano i feudari di Grotteria che dal 1631 non erano più gli Aragona de Ayerbe ma i Carafa di Roccella.

Se dobbiamo prestare fede a quanto scrive il Lupis Crisafi, essendosi perduti gli atti del notaio Domenico Mesiti da Grotteria, - e non c'è certo motivo di dubitare della buona fede dello studioso - i d'Aragona de Ayerbe fino al 1666 furono solo i legittimi titolari del suffeudo di Poligori che in quell'anno vendettero a don Leonardo Macedonio. La notizia di questa vendita e non l'atto medesimo è contenuta in un atto del 1704, questo sì parzialmente ma non integralmente trascritto dal Lupis Crisafi. In tale atto però si afferma pure: «Quale fondo (leggi feudo) oggi si possiede dal dottor signor Nicolò Asciutti di Castelveterere, nipote di detto Signor Leonardo...». L'atto in questione testimonia soltanto le aspirazioni degli Aragona de Ayerbe di riacquistare il suffeudo che, come anche questo documento ci conferma, era legittimamente detenuto dall'Asciutti. A tal fine gli Aragona stavano racimolando la somma necessaria (circa 1000 ducati) perché è assai espediente a detti signori d'Aragona di ricomprare detto feudo per decoro di loro casa.

La cosa ovviamente, non riuscì loro anche perché il casato si sarebbe non molti anni dopo estinto.

Né gli Aragona né i Macedonio dunque, avevano più ragioni su Poligori nel 1704. I conti come sempre, quando si utilizzano correttamente le fonti, tornano.

Un'ultima notizia che emerge chiaramente da questo e da altri documenti è che oggetto delle varie alienazioni fu l'intero feudo e non già porzione di esso.

Saluti

V.

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