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Forum del Circolo di Studi Storici "Le Calabrie"
 
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Viceregno si, Viceregno no

 
Nuovo argomento   Rispondi    Indice del forum -> Età Moderna (II Periodo postunitario 1443-1806)
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Inviato: Sab Feb 24, 2018 1:49 pm    Oggetto: Ads

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Utriusque Juris Doctor
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MessaggioInviato: Mer Feb 07, 2007 2:21 pm    Oggetto: Viceregno si, Viceregno no Rispondi citando

Nell'ultimo numero de "La Riviera" (domenica 4 febbraio) è stata pubblicata la diciottesima puntata di Calabria e Calabresi tra cultura e crescita civile di Rocco Ritorto, col titolo La dominazione spagnola (1503-1707) I Secolo.
L'Autore, con un criterio che non gli è peraltro nuovo e ricalcando un opinabile clichè obsoleto ed olografico, scrive: è chiaro che la fosca dominazione ispanica ... lasciò la nostra regione desolata e afflitta, senza forza di reagire, senza futuro.
Quindi, con una palese contraddizione in termini, lo stesso A. afferma: Malgrado tutto, felicemente strano, quello spagnolo, fu, per la Calabria, il periodo più pregnante dal punto di vista culturale, come dimostra la serie di esponenti del mondo culturale e civile che andremo a richiamare alla memoria (e, di sèguito, egli riporta le biografie di Bernardino Telesio, di Gabriele Barrio e del bovalinese Beato Camillo Costanzo).
Ora, delle due, l'una!!!
Io, ovviamente, non condivido affatto tali conclusioni, tralatiziamente propinate ai più da una rivista di così larga diffusione e lettura.
E' forse il caso di aprire un dibattito e, al suo termine, riassumerne le conclusioni in un documento che, a firma del Circolo, si consegnerà alla rivista per la sua opportuna pubblicazione ai fini della corretta pubblica controinformazione sull'argomento.
Orbene, il dibattito è aperto. A Voi la parola....

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U.J.D.

"A faticosa impresa assai per tempo" (F. Petrarca, Canzoniere, 119, 12)
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Licofoli
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MessaggioInviato: Ven Feb 09, 2007 12:26 am    Oggetto: Rispondi citando

Carissimo UJD,

come non si può non concordare con te?

Una riconsiderazione del giudizio sul periodo spagnolo è in atto da tempo fra gli storici, non solo per quanto riguarda l'Italia Meridionale ma anche per altre aree d'Italia e d'Europa che hanno storicamente registrato la presenza spagnola. Studiosi del calibro di Aurelio Musi hanno da tempo una visione del "Sistema" spagnolo ben diversa da quella classica ed ereditata dai "Promessi Sposi".

E' ovvio il fatto che prima che la rivisitazione di quel periodo diventi patrimonio comune occorrerà molto tempo: durante l'attesa è fin troppo evidente che l'azione dei tuttologi e dei sedicenti esperti di turno provocherà inevitabili danni fra gli ignari lettori. Sta a noi contenere i danni.

Il discorso sul periodo spagnolo, comunque, è complesso e mi auguro di poterlo approfondire insieme a tutti voi man mano che proseguirà la discussione di questo topic.

Saluti
Licofoli

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Scinuso



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MessaggioInviato: Ven Feb 09, 2007 10:39 am    Oggetto: Rispondi citando

Direi che un primo nodo da sciogliere è quello dell' indipendenza:
non si può negare che con gli Aragona Napoli consisteva in regno indipendente tale quale lo aveva fondato il Normanno. Dalla calata del Cattolico (vicenda tutta abbastanza losca, il suo accordo con la Francia che portò all'esautorazione del nostro legittimo sovrano...) ciò non fu più. Ovviamente non si estinse la corona nè il titolo di Re di Napoli (come avenne, per intenderci per le corone iberiche), che infatti rivissero in pieno vigore dopo la cacciata degli austriaci a Bitonto, ma un re non risiedette più a Napoli nè a Palermo fino a Carlo III\VII. E poco male quando si trattò di sottomettersi a un Imperatore come Carlo V, nel senso che non c'è nessuno scorno a far parte dell'Impero del Sole e avere l'Imperatore a Madrid...Era come che stesse ad Aquisgrana, era nel solco di consuetudini millenarie.
Ma se invece a Madrid c'è un Re di Spagna, forse è un pò diverso. Non si è parte dell'Impero Universale, si è provincia.

Tutto questo su un piano formale (che però forse cela non poco di contenuto).
Il piano sostanziale è simile a quello degli odierni canadesi: non sono colonia, sono un Regno autonomo, come giuridicamente eravamo anche noi napoletani, ma la loro corona è portata da un sovrano lontano, rappresentato da un fiduciario. Poi però sono ricchi e felici.

Tutti spunti, forse, per riflettere.

Scinuso


L'ultima modifica di Scinuso il Ven Feb 09, 2007 4:59 pm, modificato 1 volta
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Scinuso



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MessaggioInviato: Ven Feb 09, 2007 4:57 pm    Oggetto: Rispondi citando

Aggiungo al mio primo "magmatico" post che la questione dell'indipendenza mi sembra cruciale per il seguente motivo: che uno stato venga sottomesso è un fenomeno che parla anche, e profondamente, della incapacità in esso di esprimere una autonoma classe dirigente, capace quantomeno di tener testa, politicamente e militarmente, a quella dell invasore.
E forse, per Napoli, ciò è contraddetto da uno sguardo alla corte aragonese (con elementi del calibro di Sannazzaro, che seguì il suo re nell'esilio) che non era certo oscura e pusillanime.

Però la "annessione" avvenne. E l'accusa che ciò muove al Sud è: dove era la Nazione, i suoi reggitori, come ce n'erano in Francia e Inghilterra? E dove è stata per i due secoli successivi? Se alla ricerca storica riuscisse di dimostrare che il sud non fu una colonia sfruttata, ma riuscì, pure nella condizione di Viceregno, a ritagliarsi autonomia amministrativa, a determinare un assetto politico in qualche modo equilibrato, e che lo fece con proprie risorse, uomini ed energie, come si dice, allora quel Viceregno, marchio della minorità storica della classe dirigente meridionale, apparirà sotto un'altra luce.

Certo è che...si può poi davvero perdere l'autonomia a testa alta?? A voi la risposta.
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Licofoli
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MessaggioInviato: Mar Mar 27, 2007 10:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ciao a tutti,

riprendo a distanza di quasi due mesi questo interessante argomento proposto dal nostro dottore nell'una e nell'altra legge, offrendovi un breve abstract della relazione tenuta da chi scrive l'anno scorso ad un convegno sulla battaglia di Maida, dal titolo "Appartenenza e senso di fedeltà alla corona spagnola nel Regno di Napoli in età spagnola". Perdonatemi, dunque, se per brevità cito me stesso piuttosto che riscrivere in questa sede gli stessi concetti, cioè ciò che tuttora penso sull'argomento. Le considerazioni che seguono mi pare possano investire i temi relativi al rapporto fra Spagna e Regno ed il loro articolarsi nel corso dei secc. XVI e XVII:

Le rivoluzioni, le rivolte, le sommosse, le congiure e qualsiasi altra forma di insubordinazione nei confronti del potere costituito hanno sempre attratto in misura considerevole l’attenzione degli storici, pronti a rilevare ed indagare qualsiasi elemento di rottura, tendente ad introdurre ogni sorta di modificazione in seno agli Stati e alle relative società del passato. Dal punto di vista storiografico, è superfluo sottolinearlo, ciò risulta del tutto naturale giacché è proprio ponendo l’attenzione verso fenomeni del genere che si possono cogliere le motivazioni e le reali spinte che hanno portato le società e gli Stati ad evolversi dinamicamente verso forme di progresso.
Se dunque l’attenzione verso “l’eccezione” è stata nel tempo alta e costante, quella verso “la regola”, al contrario, raramente è apparsa adeguata e significativa. Così, diversamente dagli studi su rivoluzioni e rivolte, abbondanti e significativi, la produzione di ricerche sul consenso, la fedeltà e la lealtà alle proprie istituzioni non sempre si è rivelata all’altezza delle aspettative: anche gli studi sul Regno di Napoli in età moderna non fanno eccezione, confermando in modo inequivocabile tale tendenza.
Il contributo, così, sebbene in forma preliminare, si è proposto di indagare quali furono le reali motivazioni che spinsero, salvo rare eccezioni, la stragrande maggioranza della popolazione del Regno di Napoli a rimanere sostanzialmente fedele alle proprie istituzioni e alla Corona spagnola per oltre due secoli, fra gli inizi del Cinquecento e quelli del Settecento, anzi a sentirsi parte integrante del sistema spagnolo che, conscio della diversità dei popoli che lo costituiva, fu più rispettoso di quanto si possa immaginare di istituzioni e tradizioni dei regni e delle popolazioni che si trovò a dominare.
In questa ottica il punto di riferimento naturale appare il pensiero e l’opera del filosofo spagnolo tradizionalista Francisco Elías de Tejada (1917-1978) che, alla visione classica e consolidata dalla storiografia italiana di una Napoli in crisi, resa schiava dagli Spagnoli e incapace di qualsiasi vivacità, contrappone quella di un Regno di Napoli che, all’interno del sistema spagnolo, mantenne intatte le proprie istituzioni e la propria cultura partecipando a pieno titolo e condividendo le imprese dei sovrani spagnoli in difesa della fede cattolica e di una visione del mondo a cui altre e nuove, nel corso dell’età moderna, venivano a contrapporsi prepotentemente.
Il pensiero napoletano di quel tempo, con le sue talvolta originali idee in materia di organizzazione statuale, si trovò in perfetta sintonia con la politica internazionale della Spagna, a conferma del fatto che il regno meridionale era portatore di una visione, forse discutibile, ma sicuramente “altra” rispetto a quella che si stava affermando e consolidando nell’Europa del tempo.
In considerazione di ciò, di questa diversità napoletana, fenomeni come la sconfitta della Repubblica Partenopea o la durissima opposizione delle popolazioni meridionali all’invasione francese e a taluni cambiamenti imposti dagli occupanti, potrebbero confermare, a posteriori, l’inadattabilità del Regno di Napoli a modelli, certamente innovativi, ma elaborati altrove e indubbiamente estranei al sentire comune delle popolazioni meridionali.

Aspetto le vostre riflessioni

Licofoli

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Scinuso



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MessaggioInviato: Sab Mar 01, 2008 6:11 pm    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:
Il pensiero napoletano di quel tempo, con le sue talvolta originali idee in materia di organizzazione statuale, si trovò in perfetta sintonia con la politica internazionale della Spagna, a conferma del fatto che il regno meridionale era portatore di una visione, forse discutibile, ma sicuramente “altra” rispetto a quella che si stava affermando e consolidando nell’Europa del tempo.


Caro Licofoli, a chi ti riferivi con "il pensoero napoletano di quel tempo"? Potresti, dato l'interesse dell'argomento, essere più circostanziato?

Inoltre: credo che si possa delineare, tra fedeltà e ribellione (come non ricordare la guerra di Messina, o il rifiuto dell'Inquisizione), e nella dialettica tra questi due poli, l'atteggiamento preciso del popolo napoletano, e in particolare delle sue "forze sociali prevalenti", senza appiattire l'immagine in nessuna direzione, e anzi valutando il grado di consapevolezza con cui questo atteggiamento fu portato avanti, consapevolezza che è già da sola, elemento e seme di indipendenza.

P.s. Forse questo topic starebbe meglio nella nuova sezione sul regno di Napoli!

S.
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Licofoli
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MessaggioInviato: Dom Mar 09, 2008 3:30 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Scinuso,

per quanto riguarda la tua richiesta di chiarimenti sul pensiero napoletano a cui alludevo nel mio post, voglio precisare che mi riferivo ad alcuni intellettuali napoletani studiati da Elias de Tejada, filosofi, o meglio scrittori politici, personaggi che, in fondo, rispecchiavano il sentire di gran parte degli intellettuali meridionali del tempo. Mi riferivo, dunque, giusto per fare alcuni esempi, al cardinale Tommaso de Vio (il Caietano), per certi versi ancora legato alla scolastica medievale, ma soprattutto ad altri come Girolamo Argentario che porta avanti, sviluppandole, le idee del Pontano. Fra costoro spicca per esempio Giovan Battista Nenna il teorico della dottrina secondo la quale la nobiltà trarrebbe vigore dalla sapienza e non già dal sangue, una teoria, in fondo, che vuole proclamare il primato della filosofia a cui spetterebbe il compito di fare le leggi.
Pure vi sono stati pensatori che avevano una visione opposta al Nenna, come Giulio Ferretti, che pone come nucleo alla base della politica la diretta esperienza pratica derivante dall'esercizio della politica medesima. Sebbene in alcuni casi divergenti, le idee di questi pensatori furono concordi nel rifiutare in modo categorico la morale Machiavellica.

Saluti

Licofoli

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