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pregiudizio o realtà? Una politica familiare del '600

 
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Inviato: Mar Gen 16, 2018 7:32 am    Oggetto: Ads

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carnelevario



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MessaggioInviato: Sab Dic 17, 2011 6:59 pm    Oggetto: pregiudizio o realtà? Una politica familiare del '600 Rispondi citando

Leggendo gli atti notarili seicenteschi riguardanti la mia famiglia d’origine, in quel tempo “commorante ne lo Burgo” di Castelmonardo, oggi Filadelfia, mi sono accorto che avevo alcuni preconcetti sulle politiche familiari del tempo e per questo vorei un vostro commento.
Cerco di spiegarmi. E’ noto che in una famiglia del primo ceto calabrese del ‘600 non tutti i figli avevano le identiche possibilità di successo. Ho sempre saputo che il padre, o chi ne esercitasse le funzioni, decideva del futuro dei propri figli fin dai primi anni d’età cercando di individuare il prima possibile le loro capacità. Così, ad esempio, in V. Naymo, Notai e notariato in Calabria ecc. Ed infatti i riscontri genealogici della mia famiglia rispecchiano questi canoni: un solo figlio, non sempre il primogenito, laureato in medicina o utroque jure, un altro prete secolare o frate, gli altri maschi sposati giovanissimi o scapoli. Uguale sorte per le donne: la maggiore, di solito “ben dotata” e sposata con un pari ceto, un’altra sposata con un ceto inferiore a seconda delle possibilità economiche del momento, le altre rimangono “solute” e poi una monaca, che sia religiosa o bizocca, non manca quasi mai.
Al di là dei motivi noti per cui esisteva una convenienza economica, sia sul piano fiscale che su quello di conservazione del patrimonio, per chi avesse scelto la vita religiosa, il mio pregiudizio mi portava a crede che anche la ricchezza famigliare - beni mobili, stabili, ori argenti e rame, censi ecc. – seguisse più o meno le stesse regole. Mi immaginavo così l’amarezza che poteva portare un figlio verso il padre per aver scelto di far addottorare il fratello. Leggendo, tuttavia, un paio di documenti del ‘600 ho dovuti riconsiderare questa mia posizione per l’evidente esistenza di elementi economici compensativi all’interno della famiglia, una sorta di ammortizzatori sociali ante litteram.
In poche parole, il capofamiglia rendicontava le spese sostenute per il dottorato del figlio prescelto e contestualmente disponeva che la stessa somma fosse corrisposta agli altri figli. Così, ad esempio, in un testamento del 14-9-1674 rogato in Castelmonardo per notar G. Drogo, ora in fondo notarile AS Lamezia, si legge che il padre Geronimo (mio avo diretto):

Citazione:
asserisce haver speso docati dui cento per mantener nelli studi detto clerico coniugato D.r Fisico Dom.co Carnovale suo figlio, e per il suo Dottorato, per tanto esso testatore ordina, e comanda che detto D.r Fisico pagasse li detti docati dui cento di proprio al detto Gisismondo Carnovale suo figlio per esser pupillo, et il più minore di detti suoi figli, in due tande, seu paghe cioè docati cento dui anni prima che si divideranno detta sua heredità, e li remanenti altri docati cento un’anno prima di farsi detta divisione, quale divisione d’heredità vuole che non si possa fare se prima non sarà di anni dieci, e otto completi detto Gisismondo suo figlio, quia sic.


Di questa politica familiare ne abbiamo altra conferma il 29 agosto del 1691, quando Angela Senise, discendente di una facoltosa famiglia monardese, vedova di Pietro Carnovale, cognato del predetto Geronimo, e curatrice dell’amministrazione familiare, attesta dal notaio Antonino Drogo che “spese a beneficio d’esso Cl.co D.r fisico Sig.r Marc’Antonio Carnovale suo figlio di danari contanti per pagare li lettori seu Maestri, et per il privileggio per dottorarsi docati tre cento, ultra la spesa del vitto necessario”, e poi nello stesso atto dichiara contestualmente che “vuole che sia lecito tanto alli figli maschi, quanto femine pigliarsi, seu cacciarsi prima della divisione facienda docati tre cento per una, per equiparare al D.r fisico, et dopo s’habbia da fare la divisione delli beni pro equali portiones.”

Come si vede sono due casistiche differenti nell’esecuzione pratica, ma simili per il concetto di compensare i figli a cui non è stata data uguale possibilità. Nel secondo caso, forse per l’ingente patrimonio disponibile, la madre estende a tutti i figli, sia maschi che femmine, l’ammortizzatore sociale di 300 ducati. E considerando che stiamo parlando di ulteriori tre maschi e quattro femmine, lo sforzo economico non è comunque da sottovalutare.

Concludendo, quanto da me riportato era una prassi consolidata o una contingenza espressa da un particolare ambiente familiare? Ovvero, quanto il mio pregiudizio è tale?

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Alberto Mario Carnevale
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Scinuso



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MessaggioInviato: Lun Dic 19, 2011 5:48 pm    Oggetto: Rispondi citando

Carissimo Alberto, ti ringrazio per lo spunto, al solito molto interessante e suscettibile di approfondimenti che, io personalmente, non sarei in grado di svolgere con il dovuto riferimento alle fonti. In generale, "pregiudiziale" mi sembra una visione che trascuri come una politica "familiare" quale che sia, non può essere persguita con successo lungo le generazioni se non garantisce a ciascuno una soddisfazione anche minima delle sue aspettative, in rapporto agli usi e alla cultura del tempo. Il modello patriarcale incentrato sull'inalinabilità dei principali cespiti familiari, quale si impose pressocchè universalmente nell'Europa di antico regime, credo fosse ispirato essenzialemente dall'istanza di assicurare ai membri della famiglia una abitazione, il vitto, una rendita personale, insomma un riparo sicuro -per chi poteva permetterselo- ai rovesci della fortuna dei singoli: e ciò in un orizzonte culturale estraneo a modelli esistenziali più marcatamente individualisti quali si affermeranno a partire dalle rivoluzioni borghesi. L'esempio che tu ci indchi non fa che illustrare come questo meccanismo si riproducesse affinando i suoi equilbri interni, concretizzando, nel possibile (e, evidentemente, in spirito di parsimonia e oculatezza) anche un' istanza di equità trai figli.

Sposto intanto il topic nel più adatto storia moderna.

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Scinuso
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carnelevario



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MessaggioInviato: Lun Dic 19, 2011 6:50 pm    Oggetto: Rispondi citando

Grazie Scinuso per la tua risposta.
Mi sembra di capire che tu ti riferisca all'istituto del fedecomesso quando parli del "modello patriarcale incentrato sull'inalienabilità dei principali cespiti familiari".
Questo istituto, a livello di primo ceto delle Terre calabresi, a quanto ne so non era un automatismo ma si basava sulla volontà espressa da un capofamiglia mediante pubblico istrumento notarile.
Se è vero che il fedecommesso rientrava nelle politiche familiari di conservazione del patrimonio, è anche vero che non era l'unico strumento. Anzi, devo dire che le mie letture (difficile qualificarle come studi) sulle famiglie sei-settecentesche di Castelmonardo e di Torre di Ruggiero, le due località che accolsero i miei avi in quel periodo, vedono essenzialmente la trasmissione del patrimonio ad un figlio (maschio) prescelto dal padre che coincide per lo più con il figlio addottorato, tramite un testamento in cui si individua l'erede particolare ed universale, fatti salvi i legati agli altri figli. Il patrimonio ereditario rimaneva a disposizione del nuovo capofamiglia che ne poteva disporre nell'arco della sua vita. Solo in due casi mi sono trovato di fronte ad un vero e proprio fedecommesso espresso come tale. E tutti e due in Torre. Dirò di più, lo spoglio dei protocolli dei notai conservati nell'AS di Lamezia inerenti Castelmonardo, non hanno portato all'individuazione, almeno nelle schede riepilogative, di veri e propri fedecomessi.
E' in questo contesto che si inserisce il mio "pregiudizio", che ora non è più tale. Accanto alla trasmissione per via testamentaria "intestata" e a quella fidecommissata, più rara, ci sono forme più vicine a logiche moderne piuttosto che al concetto del "maso chiuso" alpino, dimostrando ancora una volta l'elevato livello raggiunto dalla società calabrese del tempo.

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Alberto Mario Carnevale
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