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film "Noi Credevamo"

 
Nuovo argomento   Rispondi    Indice del forum -> L'Ottocento (III Periodo postunitario 1807-1861)
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Inviato: Dom Lug 22, 2018 4:03 am    Oggetto: Ads

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pier



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MessaggioInviato: Mar Nov 23, 2010 2:43 pm    Oggetto: film "Noi Credevamo" Rispondi citando

Ciao,
sarebbe interessante aprire una discussione su un film come quello di Martone
... che ne pensate? (della discussione o del film!)

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pier
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pier



Registrato: 28/09/10 11:04
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MessaggioInviato: Mer Nov 24, 2010 5:36 pm    Oggetto: una recensione (tanto per invogliare...) Rispondi citando

La redazione di Blogstoria non ha potuto mancare l’appuntamento annunciato con il film di Mario Martone, Noi credevamo, in sala da una decina di giorni, del quale avevamo già parlato al momento dello scoppio della polemica sulla limitata distribuzione della pellicola.

E abbiamo confermato molte delle nostre impressioni in sala. La politica della limitata distribuzione Rai – con annesso tentativo di nascondersi dietro il presunto male del “cinepanettonismo” che affligge gli italiani – era in realtà del tutto giustificata, dal momento che quello proposto è un prodotto per la televisione e non un prodotto pensato per il cinema. Noi credevamo non è un film è una fiction per la tv. Non ci vuole l’occhio del critico di fama per comprenderlo, basta quello del normale frequentatore di sale cinematografiche. Emerge dal livello della recitazione – che si affida in gran parte ad attori che provengono dal mondo delle fiction televisive – , dalla trama che strizza l’occhio al feuilleton, dalla scenografia (la scena dell’attentato a Napoleone III è palesemente “di plastica”). Niente di male, l’essenziale è che lo spettatore sia debitamente avvertito. D’altra parte, come avevamo già sottolineato al momento dell’uscita del film, il modello era quello di La meglio gioventù, prodotto pensato per la televisione e poi approdato – con successo – nelle sale.

E che il modello sia quello proposto da Marco Tullio Giordana emerge anche dalla trama, ispirata certo al romanzo omonimo di Anna Banti, ma che appoggiandosi al dualismo di due fratelli – l’eroe positivo e l’antieroe perduto – affida, ça va sans dire, il ruolo del fratello “sano”, dell’eroe idealista a Luigi Lo Cascio, che si trova quindi a proporre il clone di Nicola Carati un secolo prima.

Ora ci sarebbe da domandarsi per quale ragione la ricostruzione della storia nazionale dall’inizio del nuovo millennio (ma forse dalla fine della prima Repubblica?) privilegi il prodotto televisivo a quello cinematografico, perché – ribadiamo – non basta la distribuzione nelle sale a trasformare una fiction in un film. Noi abbiamo provato a darci due risposte. La prima è che si predilige l’approccio divulgativo e non interpretativo della storia. Il lavoro di Martone descrive più che interpretare. Per raccontare il Risorgimento – o meglio ciò che il Risorgimento non è stato – sceglie una storia minore, onestamente crediamo del tutto sconosciuta ai più, scegliendo di ispirarsi a un romanzo tra l’altro non coevo ma scritto nel 1967. Il “messaggio” filtra non tanto dalla mano del regista (francamente poco presente come in quasi tutte le fiction che puntano ad avere un prodotto “standardizzato”) ma solo dalla scelta della “storia” da raccontare – scelta che a noi continua a lasciare perplessi – , fatta forse parziale eccezione per la scena finale che “odora” di Sorrentino (Il Divo) e che comunque rimane molto retorica.



La seconda riflessione riguarda invece la scelta degli attori e il rapporto tra gli italiani e il cinema. Il film di Martone, pellicola pensata per il centocinquantenario dell’unità, racchiude inevitabilmente una funzione divulgativa, se non proprio didascalica (celebrativa evidentemente no dato l’approccio): se è vero, come pare essere pensiero condiviso all’interno dei vertici Rai, che gli italiani al cinema vanno solo per i cinepanettoni, forse è meglio spostarsi sul genere fiction perché in fondo è la TV che parla alla massa degli italiani e non il cinema. E allora è utile che lo spettatore riconosca in Carlo Poerio l’attore che faceva il questore in un telefilm Rai su uno dei vari commissariati italiani, la principessa di Belgioioso nella star televisiva che ha spopolato nella fiction di successo dell’ultima stagione. A una compagine di volti amici, di facce conosciute, di personaggi a cui si è legati da quel rapporto affettivo che lega lo spettatore ai protagonisti delle serie televisive, è affidato il racconto della storia della nazione. Per renderlo più vicino, più accessibile, più attuale, più “nostro”. I toni duri della critica di Banti esplosa a fine settimana scorsa, trovano qui se non giustificazione, almeno spiegazione.

Il problema, però, rimane quello della scelta della “storia”. Se fino a questo punto la scelta si inseriva nella tradizione di lungo corso della divulgazione della storia nazionale attraverso il medium cine-televisivo, dal quel Viva l’Italia di Rossellini del 1961, agli sceneggiati degli anni ’70 e arrivava tutto sommato fino alla Meglio gioventù di Giordana, è proprio sulla scelta della storia che il lavoro di Martone tradisce la sua funzione pedagogica.

Martone sceglie una storia non solo minore, ma anche difficile da raccontare: quella delle forze liberali del napoletano, stritolate tra massoneria, istanze unitarie, ambizioni democratiche e sensibilità umanitarie alla vigilia dell’unificazione. Forse un po’ troppo per un prodotto divulgativo pensato per il centocinquantenario dell’unificazione. Forse poi valeva la pena pensare alla trama non attingendo soltanto al romanzo di Anna Banti, ma magari anche a quel libretto di Benedetto Croce uscito per la prima volta nel 1919, ripubblicato da Adelphi quest’anno e dedicato proprio alla saga famigliare dei Poerio (Benedetto Croce, Una famiglia di patrioti, Adelphi, 2010, pp. 179, 13 euro – compralo su Amazon.it a 9,10 euro) ed efficacemente recensito anche da Eugenio di Rienzo su “Il Giornale” del 22 febbraio scorso. Non solo perché non si può trascurare la voce di Benedetto Croce quando si parla di forze liberali nel meridione, ma perché il filosofo napoletano era solito porsi “domande storiche” in momenti particolarmente significativi per la contemporaneità, come scrive di Rienzo nella sua recensione:

In questo contributo, Croce, fedele alla sua concezione della «storia presente» (presente non per la sua bruta attualità temporale, ma per le sollecitazioni morali, civili, politiche che destano nella sensibilità contemporanea problemi di epoche lontane e lontanissime nel tempo), parlava del passato per riferirsi all’oggi. La biografia dei Poerio, pubblicata per la prima volta nel marzo del 1919, è soprattutto un’impietosa biografia del liberalismo italiano, e particolarmente di quello meridionale, delle sue mancanze, delle sue debolezze, della sua inadeguatezza politica che si rivelavano nell’incapacità di assumere un ruolo egemonico nei confronti di quelle masse che il primo conflitto mondiale aveva proiettato come protagoniste sul palcoscenico della storia.

Si è scelto invece la versione proposta da Anna Banti nel suo volume del ’67, più schiacciata sul tema della rivoluzione tradita (approccio molto diffuso alla fine degli anni ’60), in cui tematiche sociali – aspetto più volte ripreso nella pellicola di Martone ma mai eviscerato fino in fondo – si mescolano a una rappresentazione quasi gotica della massoneria – tutta improntata sulla ritualità mistica e sui progetti terroristici di un Mazzini bombarolo – a qualche tratto romantico e alla passione per il feuilleton con il riconoscimento finale da parte di Lo Cascio del figlio dell’amico ucciso dal fratello. Un “sandalone” di tre ore in cui c’è di tutto un po’, in cui si passa da temi complessi e poco conosciuti (la lunga digressione nel carcere borbonico per “spiegare” il contesto delle forze liberali nel napoletano) alla caricatura di Mazzini, alle derive autolesioniste del fratello “oscuro” di Lo Cascio.


Il Gattopardo - La scena del ballo
Tutto per dire che del Risorgimento non c’è proprio nulla da salvare. Che Mazzini fu un pazzo preso da tardivi rimorsi di coscienza per tutti i giovani mandati al sacrificio in nome del suo misticismo poco efficace, che Garibaldi fu un eroe di cui però si vede solo l’ombra (e questo è uno degli aspetti più interessanti e “interpretativi” del regista), che l’unità d’Italia fu solo l’invasione da parte di un esercito di conquistatori provenienti dal settentrione (non c’è un solo personaggio identificabile come settentrionale grazie al dialetto – oltretutto genericamente lombardo e non bergamasco come sarebbe stato più indicato – che non faccia una figura barbina). Ne emerge un racconto retorico tutto schiacciato sulle esigenze del presente: l’affermazione di un meridione, dolente ed abbandonato, vittima del disprezzo del Nord. Una risposta alle istanze attuali della Lega Nord cui si è scelto di rispondere non attraverso la propaganda retorica di un glorioso Risorgimento, ma attraverso il racconto rabbioso anch’esso retorico del tradimento nei confronti di un meridione che si identifica come vinto.

In questo centocinquantesimo anniversario la memoria trasmessa dall’unica pellicola effettivamente realizzata e finanziata all’interno del comitato delle celebrazioni trasmette l’immagine di un Risorgimento che divise il paese in vinti e vincitori: politicamente (i repubblicani dai monarchici) , geograficamente (il sud dal nord) socialmente (i poveri dai ricchi). Una memoria che forse vuole dire di più dell’Italia di oggi che di quella del Risorgimento, come suggerito da Banti, lo storico e non la scrittrice, qualche giorno fa.

Noi però, continuiamo a condividere le preoccupazioni espresse dal Banti storico e riportate anche da Sabbatucci nell’articolo di Marina Valensise uscito il 23 novembre su “Il Foglio”, Banti ha ragione, ma il Risorgimento non fu soltanto sangue e suolo, su questo utilizzo di chi fa e divulga la storia non alla luce del presente, ma per rispondere alle contingenze dell’attualità.

E a proposito della memoria degli italiani, cui bisogna ricordare cosa fu il Risorgimento, ci preoccupa soprattutto la memoria “corta” in ambito cinematografico. Perché c’è stato un tempo, non molto lontano, nel quale si rifletteva sulla storia al cinema e non in televisione. E lo si faceva davvero in modo antiretorico, smontando uno a uno i miti patriottardi della nazione. Lo si è fatto sulla Grande Guerra, lo si fece anche sul Risorgimento affrontando il tema della questione meridionale, con un grande film, anch’esso di oltre tre ore, tratto da un libro la cui vicenda editoriale dice moltissimo sulla forza antiretorica del romanzo e nel quale il regista non ebbe nessuna remora a raccontare la rivoluzione tradita del Risorgimento, scegliendo un’opera tanto discussa: “Il Gattopardo” di Luchino Visconti tratto dal romanzo di Tomasi di Lampedusa del 1963 (compralo su Amazon.it a 5,25 euro). Lo scelse per trasmettere l’immagine più antiretorica della storia nazionale riassunta in quella frase pronunciata dal barone di Salina: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

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MessaggioInviato: Gio Nov 25, 2010 1:28 am    Oggetto: Rispondi citando

Non ho ancora visto il film, dunque non posso esprimere alcun giudizio al riguardo. Nella recensione postata da Pier ci si lamenta di un fatto piuttosto ovvio e cioè che il film rispecchi istanze del presente o se volete di attualità.

Ciò è sempre accaduto in tutte le epoche sia in letteratura che nel cinema. Ogni opera, così come il suo autore, è figlia del suo tempo e delle problematiche che lo contraddistinguono. C'è poco o nulla da stupirsi al riguardo.

Quello che i critici cinematografici e i commentatori dovrebbero invece domandarsi, secondo me, è perché oggi in Italia c'è un clima e un atteggiamento così critico nei confronti del Risorgimento di cui questa pellicola o fiction è anch'essa testimone.

Se la tradizionale olografia risorgimentale ha ceduto il posto alla critica e alla disillusione; se il Paese dopo 150 anni di formale unità di fatto è ancora diviso in due, sotto tantissimi punti di vista ed il rischio che si spacchi è sempre più concreto; se un volume come "Terroni" di Pino Aprile è arrivato alla ventesima ristampa in nove mesi ed è sempre esaurito in libreria, ci sarà pure un motivo per tutto ciò.

E la causa va forse cercata proprio nell'inadeguatezza del processo risorgimentale: buone le intenzioni, pessimo il risultato.

Dopo un secolo e mezzo di retorica una indagine obiettiva su quegli anni potrebbe essere l'unica terapia per evitare la disgregazione del Paese, che taluni, meridionalisti e non, in prospettiva giudicano inevitabile.

Personalmente sono contrario alla disgregazione ma ritengo che possa essere evitata solo attraverso una presa di coscienza collettiva di cosa è stato davvero e cosa ha comportato per il Sud e per il Nord quel processo chiamato Risorgimento, senza ipocrisia, senza malafede, senza menzogne, senza i soliti facili capri espiatori, riconoscendo meriti e demeriti di vincitori e vinti, attraverso una sorta di riconciliazione frutto di una consapevolezza condivisa da tutti di ciò che è accaduto realmente 150 anni fa. Solo così si potrebbe formare quella vera coscienza nazionale che attualmente è solo una chimera.

Piaccia o non piaccia se ciò non avverrà e i rapporti Nord-Sud rimarranno immutati, in prospettiva futura il destino dello stato unitario è segnato; e il suo tramonto sarà solo questione di tempo. I segni della disgregazione a Nord come a Sud sono da tempo presenti. Quelli del Sud, in particolare, apparentemente più silenti e meno evidenti, diverranno travolgenti nei prossimi anni. Non occorre essere un profeta per prevederlo.

Speriamo che il buonsenso prevalga. In quest'ottica, a prescindere dalle qualità cinematografiche, cioè se sia o no un vero film o solo una fiction tv, una pellicola come quella di Martone potrebbe andare nella direzione giusta.

L.

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