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Ebrei in Calabria
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Inviato: Dom Lug 22, 2018 9:11 pm    Oggetto: Ads

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Anonimo



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MessaggioInviato: Ven Mag 25, 2007 11:12 am    Oggetto: Ebrei in Calabria Rispondi citando

Detto fatto! Smile

Credo di avere una buona bibliografia per quel che riguarda la presenza ebraica in Calabria, anche se ad un certo punto ho dovuto interrompere per motivi contigenti le mie ricerche presso il Centro bibliografico della Comunità ebraica di Roma, ma spero di poterle riprendere al più presto.

Quello che invece mi manca assolutamente è l'esperienza e la ricerca sul campo, vorrei almeno riuscire ad andare a visitare quel che resta della sinagoga di Bova Marina e dei suoi mosaici.

Sarei grato a chiunque potesse aiutarmi ad approfondire le ricerche, sia per quanto riguarda la bibliografia che le tradizioni, i dati onomastici o toponomastici che possono riguardare la presenza ebraica in Calabria, ed in particolare nella Locride.

Da parte mia, metto a disposizione di chiunque sia interessato i dati raccolti in questi anni di ricerche.

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Licofoli
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MessaggioInviato: Ven Mag 25, 2007 11:56 am    Oggetto: Rispondi citando

Ho visto che Lei conosce gli studi dell'amico Cesare Colafemmina che può essere considerato sicuramente uno dei massimi, se non il massimo, esperto di ebrei per per l'Italia meridionale. Colafemmina ha pubblicato alcune raccolte di fonti per la storia degli ebrei in Calabria, qualcuna per i tipi dell'editore Rubbettino.

Sebbene sia forse poco elegante autocitarsi, mi permetto di segnalarLe due mie pubblicazioni:

La monografia "Le pergamene angioine dell'Archivio Carafa di Roccella 1313-1407" un volume che contiene l'edizione critica di sei pergamene medievali una delle quali, risalente al 1389, contiene un originalissimo e raro attergato in lingua ebraica redatto da un ebreo di Castelvetere, Moisello Gero.

Il secondo lavoro si intitola "Un ebreo di Castelvetere in una pergamena del 1511", ed è apparso su "Sefer Yuhasin", la rivista di storia e cultura ebraica per l'Italia meridionale, diretta da Colafemmina, non ricordo a mente il n. preciso in cui è apparso il contributo ma se dovesse interessarLe posso fornirglielo.

Saluti.

Licofoli

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Anonimo



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MessaggioInviato: Ven Mag 25, 2007 12:04 pm    Oggetto: Rispondi citando

Sono felicissimo di sapere che è lei l'autore di questi due lavori.

Per quanto riguarda il primo volume, ho telefonato da quasi un anno all'editore per acquistarne una copia appena lo avesse ristampato... Sad

Relativamente al secondo, sto acquistando poco alla volta tutti i numeri arretrati di Sefer Yuhasin.

Sarò molto contento di leggere entrambi gli scritti.

Mi fa davvero molto piacere il risveglio di interesse per la storia ebraica della Calabria, del quale sicuramente Colafemmina, se non l'artefice principale, è uno dei principali responsabili, il cui merito è anche di aver costituito uno stimolo per molti studiosi che stanno man mano sorgendo.

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Scinuso



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MessaggioInviato: Ven Mag 25, 2007 1:43 pm    Oggetto: Rispondi citando

Potrebbe, gentile Kaulon, diffondersi sulla sinagoga di Bova, e su ciò che ne resta....ha parlato di mosaici...


grazie!
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Anonimo



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MessaggioInviato: Ven Mag 25, 2007 1:59 pm    Oggetto: Rispondi citando

Incollo qui un testo preso da
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(pagina non più attiva, purtroppo), ed allego una foto trovata su internet.
Questo testo contiene alcune foto e piantine, nonché una ricca bibliografia.
Se interessa posso inviare il testo integrale per email.
La maggiore studiosa della sinagoga di Bova Marina è comunque Liliana Costamagna, a cui troverà numerosi riferimenti su internet facendo la ricerca su google inserendo le parole costamagna bova sinagoga.
Un libro in proposito, che riguarda anche altre presenze ebraiche in zona e in generale in Calabria, è stato scritto da Enzo Tromba (solito problema: per il titolo dovrei spulciare nella mia biblioteca!)


IL SITO
In località S.Pasquale nei pressi di Bova Marina (contrada Deri), negli anni 1983-1987, si è rinvenuta fortuitamente e scavata una struttura che è stata chiaramente riconosciuta come una sinagoga ebraica . La sinagoga sorgeva in una località interessata da altre strutture. L'area non è ancora a tutt'oggi completamente esplorata, ma dovrebbe trattarsi con ogni probabilità di un piccolo villaggio in prossimità della strada costiera che, in antico, collegava Reggio con le altre località poste lungo la costa ionica. Con buona probabilità il sito è identificabile con l'antica Scyle, indicata, con diverse varianti, negli Itineraria antichi . Già il Catanea-Alati notava che accanto alla contrada Deri si conserva in un luogo il toponimo Scillàca o Scilliàca .
L'itinerario dell'Anonimo Ravennate segna in due diversi passi il toponimo di Sileon dopo di quello di Leucopetra, muovendosi da Reggio lungo la via ionica. L'itinerario Guidonense, epitome del precedente, conferma il nome del sito, dandone due varianti: Scilleum e Sileum . La seconda riprende il nome dato dal Ravennate. La variante Scilleum è invece seguita da una fonte che supera le altre per importanza, la Tabula Peutingeriana, che dopo Regio e Leucopetra pone Scyle . La Tabula pone però un altro problema, rappresentato dalle distanze che sono segnate tra i nomi dei siti. Tra Regio e Leucopetra, separate da un fiume, si pone una distanza di 5 miglia. 20 miglia separano Leucopetra da Scyle, e altre 60 separano Scyle da Lucis. Ora se teniamo come punti fermi Reggio e Lucis = Locri, e accettiamo l'identificazione di Leucopetra con Lazzàro e di Scyle con Bova Marina, possiamo osservare che le distanze tra i primi tre siti (Regio, Leucopetra e Scyle) sono sostanzialmente esatte .
Un problema sorge però dall'indicazione di LX posta tra Scyle e Lucis. In effetti la distanza tra Bova Marina e Locri è molto minore. La Crogiez, pur notando che "le problème des distances trop importantes de la Table, qui indique LX milles de Scyles à Locres, n'à pas été résolu" , non offre alcun tentativo di soluzione, pur concludendo che "on propose de reconnaître la station Scyle dans l'ensemble découvert dans la contrada Deri (loc. S.Pasquale)" . Ci sono tre possibili soluzioni del problema. Il Kahrsted tentava di risolvere l'aporia correggendo il LX della Tabula con XL . Il Catanea-Alati riteneva invece che si può pensare ad una deviazione dell'itinerario stradale, che, abbandonando la costa dopo Scyle, doveva internarsi per un certo tratto per poi nuovamente tornare sulla costa più avanti e toccare infine Lucis-Locri, facendo così aumentare la distanza fino a quella indicata fra Scyle e Lucis . Potrebbe essere un segno di questa deviazione verso l'entroterra la linea stradale della Peutingeriana, che dopo Scyle sembra fare una rientranza a sinistra fino a Lucis. Su tale ipotesi non concorda il Givigliano, che nota come "dal Torbido a Reggio i maggiori e più importanti addensamenti archeologici si trovano proprio sulla costa" . Una terza soluzione sta nel ritenere il LX indicato in quel punto della mappa non come l'indicazione della distanza tra i due siti di Scyle e Lucis, ma come un'indicazione della distanza complessiva tra Regio e Lucis; un po' come si fa in talune carte autostradali moderne, in cui i numeri di un colore indicano le distanze parziali tra alcuni punti, e altri numeri indicano le distanze tra altri punti più importanti. Nel nostro caso si tratterebbe della distanza tra due città, Reggio e Locri, indicate con il nome e con il disegno che lo accompagna.
Si noti ancora come l'altro importante itinerario dell'antichità, l'Itinerarium Antonini, non cita affatto la località. Anzi la toponomastica stradale della zona è alquanto diversa per tutta la zona, ponendo dopo Regio le località di Decastadium, Hipporum e Altanum, prima di Subsicivo=Locri. Secondo Catanea-Alati questo segnerebbe il passaggio tra una fase, testimoniata dall'Itinerarium Antonini, in cui vi erano alcune tappe stradali, che vennero a decadere nella tarda antichità in favore di altre, tra cui appunto Leucopetra e Scyle .
La presenza di un asse viario romano nei pressi del sito in questione è confermata da un ritrovamento archeologico degli inizi del secolo, avvenuto in contrada Amigdalà, consistente in un miliario . Il cippo, di "calcare granitico locale", fu rimodellato probabilmente da una colonna, e presenta due iscrizioni contrapposte. Le due iscrizioni testimoniano due momenti diversi di costruzione e di restauro della strada . La prima cita l'imperatore Massenzio, ed è databile agli anni 307-312 . La seconda viene datata al triennio 364-367, sotto gli imperatori Valentiniano e Valente . Altri due miliari rinvenuti ad alcuni chilometri a nord del sito di S.Pasquale, a Melito Porto Salvo , confermano che una strada romana passava lungo quel tratta costiero in età tardo antica.
Un'altra fonte epigrafica, il famoso Lapis Pollae, cita le popolazioni che offrirono il loro contributo finanziario nella costruzione della strada Popilia-Aquilia. Si citano "Napetinei, Hipponiatei, Mamertinei, Rheginei, Scyllacei, Cauloniatai, Laometicei, Terinaei, Temsanaei, Locren..., Thuriat..." . Ora è evidente il criterio topografico che elenca le popolazioni da nord verso sud fino a Reggio, quindi prosegue lungo la litorale ionica risalendo verso Thuri. Sono identificabili le popolazioni che da Napitia (Pizzo) si snodano via via verso sud fino ai Reggini. Sono evidentemente fuori posto, nell'ordine geografico, i Locresi . Ma resta il problema degli Scyllacei. Sono anch'essi fuori posto nell'elencazione? Non sarebbe così se li identificassimo con gli abitanti della Scyle posta fra Reggio e Locri. Sono altrimenti identificabili con gli abitanti di Scolacium, importante città romana individuata nei pressi di Catanzaro Lido.
Se accettiamo l'identificazione di Scyle con la zona di S.Pasquale di Bova Marina, siamo di fronte ai resti archeologici di un punto di sosta lungo una strada romana . Si trattava probabilmente di una mansio. Sappiamo che spesso tali mansiones e stationes, che erano nate in origine per il cambio dei cavalli del cursus publicus, divennero spesso, nella tarda antichità, agglomerati urbani. Sorgevano inoltre talvolta in posizioni strategiche nell'economia delle comunicazioni, presso punti di approdo quando si trattava di vie costiere. E' questo il caso di alcune stationes della Calabria. Potremmo pensare che il sito che sorgeva presso Bova Marina era un punto di approdo per i traffici importanti che avvenivano con l'Africa settentrionale. Contatti confermati, per tutta l'antichità e per la tarda antichità dalla ceramica. Il sito ebbe una sua prima fase di vita già in età ellenistica, documentata solo dalle rilevanze ceramiche .

LA SINAGOGA
La sinagoga sorgeva in una zona periferica dell'insediamento, che, seppur inesplorato, si estende verso sud-est e verso nord-ovest . La memoria storica locale ricorda diversi rinvenimenti nella zona che potrebbero essere relativi al sito in questione . Il più importante riguarda probabilmente una serie di costruzi oni e quello che fu identificato come un impianto termale , ritrovati negli anni 60 ed in seguito interrati ed obliterati dalla costruzione del villino Nesci. La preziosa descrizione del Catanea-Alati, testimone oculare dei rinvenimenti, non è purtroppo corredata da piante o fotografie.
La sinagoga presenta almeno due fasi principali. La fase più antica dovrebbe essere, secondo la Costamagna, degli inizi del IV sec. . In questo periodo si costruiscono tre ambienti rettangolari affiancati, sul lato sud-ovest, e due ambienti quadrati sul lato nord-est. Gli ambienti rettangolari laterali sono in comunicazione con quelli quadrati. Tutte queste strutture hanno una coerenza di orientamento, lungo l'asse nord-ovest - sud-est, e l'intero edificio ha una forma tendente al quadrato.
L'ambiente principale dell'edificio è ben distinguibile dagli altri per il fatto che è adornato e monumentalizzato in modo precipuo. Si tratta dell'ambiente quadrato meridionale. All'interno di questo si svolge un tappeto musivo scandito in sedici riquadri da un motivo a doppia treccia. Il perimetro esterno del mosaico è segnato da un bordo con motivo di foglie e frutti. Inscritti nei riquadri dei motivi circolari, al centro dei quali sono posti degli emblemata che alternano nei diversi riquadri il nodo di Salomone e la rosetta. I riquadri lungo la parete di ingresso sono realizzati solo a metà per mancanza di spazio, Questo fa pensare, come nota la Costamagna, che il mosaico è stato eseguito pedissequamente sulla base di un cartone di modello . E' possibile che tale modello non fosse stato realizzato espressamente per la sinagoga di Bova, ma provenisse da un'altra località. Questo spiegherebbe il taglio del disegno. Il riquadro al centro della stanza è diverso dagli altri: al centro dell'emblema sta la menorah; sui lati di essa a destra l'ethrog e il ramo di palma, a sinistra lo shofar . Si tratta degli elementi tipici del culto ebraico, comunissimi nell'arte ebraica antica.
La menorah ha i bracci costituiti da rami su cui sono infilati melograni e con le estremità superiori raffiguranti le sette lucerne accese. La presenza di simboli relativi al culto giudaico è l'elemento che ha permesso di identificare inequivocabilmente l'edificio come sinagoga. Come nota il Goodenough, tra i diversi simboli ebraici "the seven-branch "candlestick", the menorah, was far the most frequent, but with it, usually clustered about the lower part of the stem, were often also shown in more or less recognizable form one or all of the following: the bundle of twigs (the lulab), the little citrus fruit (the ethrog) carried in association with the lulab at the Feast of Tabernacles, as well as the shofar or ram's horn blown on New Year's, and a little shovel which it is now generally agreed was used for burning incense" .
Tali simboli sono molto comuni nelle rappresentazioni figurate dell'arte ebraica, altrimenti povera di raffigurazioni , che sono proibite dalla Legge . Li ritroviamo nelle catacombe ebraiche, incise su lastre marmoree e dipinte su arcosolia, nei vetri dorati ecc. . Essi rimandano al culto principale, quello del tempio di Gerusalemme. Ora siamo in un'epoca in cui il tempio era stato distrutto da alcuni secoli. Si tratta dunque di un richiamo ideale ad un'epoca che i Giudei della Diaspora continuavano a vagheggiare. Già Goodenough notava come tali simboli facessero riferimento alla festa dei Tabernacoli o Festa di Sukkoth .
Altri studiosi continuano su questa strada, vedendo nei simboli dell'ethrog e del lulab, tipici di questa festa, associati alle menorot e al sacrario della Torah, la rappresentazione della fede messianica (che in quella trovava la sua espressione rituale) e della ricostruzione del Tempio , con tutte le relative implicazioni nazionalistiche . Dal punto di vista decorativo, il mosaico mostra legami con l'arte musiva dell'Africa settentrionale (in particolare con i mosaici della Tunisia) e con la Sicilia (Piazza Armerina) . Il mosaico di San Pasquale appartiene al tipo 3 della classificazione dei pavimenti mosaicati sinagogali dell’Ovadiah . La forma della menorah raffigurata nel mosaico appare per la prima volta, secondo il Negev, nelle rappresentazioni del soggetto, tra la seconda metà del IV e l’inizio del V secolo d.C., continuando fino al VII sec. .
Alcune importanti trasformazioni dell'edificio avvengono probabilmente verso gli inizi del VI sec. Viene rifatta la parte sud-orientale della sinagoga, abbattendola completamente, regolarizzando il terreno con una colmata, e ricostruendo gli ambienti con diverse dimensioni. La stanza rettangolare orientale riprende sostanzialmente la precedente, ma viene pavimentata in laterizi. Il secondo ambiente viene suddiviso in due stanze quadrate. Una fungeva probabilmente da atrio, la seconda da magazzino, per il ritrovamento in situ di parecchi frammenti di anfore. Si aggiunge inoltre sul lato nord-occidentale della sinagoga un altro ambiente quadrangolare, in asse con l'aula principale. All'interno di questo si è ritrovato un grande dolium interrato e un tesoretto monetale all'interno di una brocca . Si noti che questo ambiente aggiunto non comunicava direttamente con la sinagoga. Le trasformazioni di questo periodo fanno assumere all'edificio una forma decisamente diversa da quella della prima fase. A livello planimetrico infatti, dalla forma quadrata dell'intero edificio si passa ad una forma di ‘elle’. Anche all'interno dell'aula principale avvengono alcune trasformazioni, che sottolineano maggiormente l'orientamento della sinagoga verso sud-est. Ovvero in direzione di Gerusalemme, secondo l'uso conosciuto per tutte le sinagoghe, sia in Palestina che nella Diaspora . Infatti sulla parete orientale dell'aula si apre una piccola abside al centro della parete. Questa viene monumentalizzata ulteriormente in quanto viene rialzata con un gradone in muratura rispetto al livello dell'aula, e circondata da una balaustra che doveva poggiare su ciottoli di fiume e su una lastra di marmo di reimpiego. Questa trasformazione va a rompere in quest'area il pristino pavimento a mosaico. Nella zona rialzata e circondata dalla balaustra si costruì un tratto di mosaico che imitava i riquadri del pavimento precedente con il nodo di Salomone e altri motivi geometrici. Tale settore di mosaico pertinente alla seconda fase del monumento è più povero nella fattura del mosaico originario . Si tratta qui della costituzione di una specie di bemah, un punto rialzato nei pressi del tabernacolo della Torah da cui il Presidente della liturgia proclamava la Scrittura o la spiegava .
Inoltre nell'angolo est della sala si rompe il mosaico antico per inserire un dolio interrato. All'interno di questo si sono ritrovati frammenti di lampade di tipo palestinese. Ma la scoperta più importante, all'interno del dolio, sono stati "sette sostegni per stoppino, ottenuti ripiegando opportunamente una lamina di piombo" . Si tratta probabilmente della parte terminale dei sette bracci di una menorah, il candelabro eptalicne, che abbiamo visto raffigurato nel mosaico al centro della sala . Probabilmente il resto del candelabro, che non si è conservato, doveva essere in materiale ligneo o deperibile .
Il candelabro, insieme alle lucerne conservate nel dolio, doveva adornare la zona absidale della sinagoga. Zona che era senza dubbio l'edicola della Torah, che custodiva i sacri testi biblici . Nella stessa fase di trasformazione della sinagoga, databile con buona approssimazione agli inizi del VI sec., fu costruito a Sud-est un edificio con ambienti quadrati e ambienti allungati interpretabili, secondo la Costamagna, come scale, che dovevano quindi dare accesso ad un piano rialzato. Sotto il crollo dell'edificio si sono ritrovate alcune sepolture. Unico elemento datante una moneta piuttosto consunta dell'età di Arcadio. Solamente a livello di ipotesi di lavoro si potrebbe proporre un'interpretazione della struttura come albergo per eventuali correligionari di passaggio e/o ambiente per lo studio della Torah. Presso le varie comunità giudaiche antiche infatti, esistevano di queste strutture adiacenti alle sinagoghe . Tra la fine del VI e gli inizi del VII sec. abbiamo tracce di un incendio e di una distruzione violenta dell'insediamento. Il tesoretto ritrovato nell'ambiente settentrionale, con monete di circolazione corrente, testimonia un abbandono improvviso e definitivo del sito. L'elemento datante più tardo è un frammento di ceramica sigillata africana della prima metà del VII sec. .
La tipologia edilizia dell’ultima fase può essere inquadrata al terzo tipo di sinagoga detta ‘basilica with an apse’ o ‘apsidal synagogue’, secondo la classificazione tradizionale . Il Groh, pur basandosi su questa classificazione, tenta di articolarla maggiormente. Egli nota come la presenza di mosaici pavimentali sia ascrivibile all’inizio del IV sec., mentre l’importanza dell’edicola della Torah , rivolta verso Gerusalemme, viene sottolineata, anche con la costruzione di bemah, nello stesso secolo . D’altro canto il Kraabel nota come “the shape and materials of the Diaspora synagogue will be determined first by local custom and conditions” , e che “the primary data for the synagogue Judaism of the Roman Diaspora are scattered and diverse” . Orientamento e caratteristiche di alcuni edifici abbastanza simili al nostro presenti nel sud della Giudea sarebbero da ascrivere, secondo l’Amit, alle prescrizione della corrente halachica del Giudaismo post-esilico, ben testimoniata nella letteratura talmudica .
Secondo Bouyer inoltre la stessa liturgia vuole fare riferimento al Tempio, per cui “c’est tout un véritable rite qui était lié à l’acte et de prendre les Ecritures dans le coffre et de les lire, un rite en étroite relation avec celui de Temple” .

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MessaggioInviato: Gio Giu 28, 2007 4:21 pm    Oggetto: Rispondi citando

Mi permetto di chiedervi una cortesia.
Vorrei acquistare il volume "Le pergamene angioine dell'Archivio Carafa di Roccella 1313-1407", ed ho cercato varie volte di entrare in contatto con le edizioni Corab di Gioiosa (telefono e email), ma senza risultato.
Se qualcuno avesse modo di contattare l'editore, potrebbe metterlo al corrente di questo mio desiderio, e informarmi se il volume è disponibile o ancora in attesa di ristampa?
Grazie

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MessaggioInviato: Ven Giu 29, 2007 6:03 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Kaulon,
so che l'editore ha ricevuto l'e-mail e ti ha anche inviato una risposta; non so spiegarmi perché non ti sia mai giunta.

In ogni caso il volume che tu cerchi é esaurito da molto tempo e se ne dovrà fare una ristampa nei mesi prossimi.
Lo potrai trovare, per il momento, solo in Biblioteca.

Ciao
M.
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Licofoli
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MessaggioInviato: Dom Lug 01, 2007 5:29 pm    Oggetto: Rispondi citando

Segnalo che del volume in oggetto ho curato la redazione di una seconda edizione, riveduta e ampliata.

Mi auguro che possa presto vedere la luce.

Saluti

Licofoli

(V.N.)

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MessaggioInviato: Dom Lug 01, 2007 10:12 pm    Oggetto: Rispondi citando

Una copia è già prenotata: sarei molto grato se me ne venisse data notizia appena sarà pronto

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Licofoli
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MessaggioInviato: Dom Lug 01, 2007 10:54 pm    Oggetto: Rispondi citando

Non mancherò di informarti appena uscirà.

saluti

Licofoli

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Nikodemo



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MessaggioInviato: Lun Nov 19, 2007 10:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

Piccoli aggiornamenti ebraici..
Agli studiosi o appassionati di questa particolare pagina della storia calabrese segnaliamo che sono da poco usciti gli atti di un convegno sulla ceramica tadro-antica tenuto in Provenza nel 2005. All'interno, in un contributo dedicato a Vibo Valentia ed al Vibonese, vengono presentati due frammenti ceramici che recano impressa la menorah. Uno degli autori propone inoltre di localizzare in un settore specifico del quartiere di S. Aloe a Vibo il quartiere ebraico di V-VI sec. d.C.
Se qualcuno fosse interessato fornirò gli esatti riferimenti bibliografici.

Nikodemo

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MessaggioInviato: Mar Nov 20, 2007 8:44 pm    Oggetto: Rispondi citando

Come bisogna decifrare la presenza ebraica attorno a quei nuclei urbani di fondazione postclassica ad esempio Gerace, Castevetere, Grotteria, Tiriolo, Stilo (il brebion riporta il toponimo ebraike non lontano) Question

Chiedo lumi

A.A.
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Licofoli
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MessaggioInviato: Lun Nov 26, 2007 11:16 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ad Axio,

io non mi stupisco più di tanto per il fatto che la presenza di ebrei sia attestata quasi esclusivamente nei centri più antichi della regione, quali Gerace, Stilo, ecc.

Per quanto ne sappia le comunità ebraiche in Calabria sono documentate fin dall’alto, altissimo medioevo, per cui risulterebbe per certi versi scontato che esse si siano stanziate in quei centri allora già in vita.

Ciò che invece bisognerebbe capire è perché la presenza ebraica non sia documentata in quei centri sorti sempre in età medievale ma un po’ più tardi, e comunque dopo l’età bizantina. Eppure gli ebrei furono espulsi dal Regno soltanto nel 1540: dunque qualche comunità avrebbe avuto tutto il tempo di “filiare” altrove.

Si potrebbe affermare, ma è solo una ipotesi, che una volta stanziatesi nei centri più antichi dando vita alle varie giudecche attestate fino al XVI secolo, le comunità ebraiche siano rimaste compatte e soprattutto sedentarie, al punto da non dare vita a giudecche più giovani in quei centri sorti dal Duecento in poi.

L’assenza di comunità ebraiche in centri sorti sicuramente più tardi potrebbe anche testimoniare il fatto che dopo l’anno 1000 (circa) non vi fossero stati ulteriori fenomeni migratori da parte di comunità o di singoli individui di origine ebraica provenienti dall’esterno della regione. Anche questa però è solo una ipotesi.

Quanto al quesito di Mare Nostrum, mi pare che il fatto che ritorni con frequenza un nome di origine ebraica in un casato non sia un elemento sufficiente a determinare una possibile origine ebraica della famiglia, anche se, del resto, non è possibile neppure escludere il contrario. Sarebbe necessario indagare il passato del casato in oggetto fino almeno alla prima metà del Cinquecento per vederci un po’ più chiaro, ma questo non sempre è possibile a causa della carenza di materiale documentario per talune aree.

Mi auguro che qualcun altro di voi intervenga su entrambi i quesiti che mi sembrano interessanti

Saluti per ora

Licofoli
Smile

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MessaggioInviato: Mar Nov 27, 2007 10:24 pm    Oggetto: Rispondi citando

E' possibile che la presenza ebraica nella Calabria bizantina si sia ancorata ad attività economiche fortemente specialistiche (ad es. produzione e smercio della seta grezza)? Del resto se non ricordo male proprio gli ebrei coprivano a Tebe e Corinto una larga fetta delle attività legate alla produzione della seta.

I normanni possono aver rotto tale organizzazione economica specializzata e integrata con il resto dell'impero e gli ebrei "da buoni erranti" hanno cercato profitto altrove o non hanno ritenuto vantaggioso stanziarsi in centri di nuova fondazione? O ci sono ancora altri motivi? Qual'é l'atteggiamento federiciano nei confronti degli ebrei? E quello angioino durante la costruzione delle Motte?

Ancora nel 1450 gli ebrei rivestivano forse ruoli professionali di non poco conto: in questo anno il magister Charo iudeo fabricator era chiamato a Castelvetere a fare il computo delle spese per i frantoi di pertinenza della Curia.

Chiedo lumi
Axio
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MessaggioInviato: Mer Nov 28, 2007 10:57 pm    Oggetto: Rispondi citando

Shocked Cari amici, sulle nostre questioni ebraiche, ed in particolare sull'argomento "Giudecca" ho posto dei quesiti al caro prof. Cesare Colafemmina. Ecco la sua risposta:

Idea "Carissimo.... . Il toponimo Giudecca, o Giudea, o Ebraica non sempre è collegabile a una reale presenza storica di ebrei nella località. Comunque, il suo significato va studiato caso per caso. Quanto a Ebraiké, sembra che nella tradizione greca indichi anche una "terra deserta e lasciata incolta", o un "abitato distrutto". Ma non ho sotto mano le fonti.
>
Ti allego una mia nota attinente al problema.
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" Della presenza ebraica sotto gli Aragonesi e gli Spagnoli non c'è rimasta nella valle del Sinni pressoché memoria. A Chiaromonte si conosce un quartiere Giudea, che secondo la tradizione popolare si chiamava così perché da esso Ponzio Pilato, il procuratore romano della Giudea dal 26 al 36 d. C., di passaggio nella città, avrebbe prelevato uno dei soldati che parteciparono alla crocifissione di Gesù! L’eventuale collegamento del quartiere con il locale insediamento ebraico è andato, quindi, perduto e si escogitò una nuova spiegazione del nome. Da notare che, stranamente, Il toponimo non ricorre né nella tradizione orale né in quella documentaria a Senise, a Tursi e a Carbone, dove i giudei furono di casa e operarono. Si trova invece a San Severino Lucano, un centro sorto all’inizio del XVI secolo e per il quale non c’è menzione di dimora stabile di giudei. Una situazione analoga si trova in Calabria a Tritanti, Caccuri, Scala Coeli, Morano; in Puglia a Celle S.Vito, San Vito dei Normanni, Ortelle, Cerfignano, Minervino di Lecce; nelle località montane abruzzesi di Pereto, Civitaretenga, Paganica e Santo Stefano di Sessanio. E’ quindi più che probabile che il toponimo non implichi sempre un antico insediamento ebraico e che abbia assunto anche altri significati. Un’ampia area recintata, per esempio, sulla sommità del “monte” di Tiriolo (Catanzaro) è chiamata Giudecca, toponimo di cui Giudea è variante, e al nome viene dato il significato di recinto per rinchiudere e proteggere il bestiame. Dal fatto, quindi, che il toponimo indicasse in origine il luogo in cui abitavano i giudei, e fosse già per questo connotato un po’ negativamente (non dimentichiamo i pregiudizi religiosi e sociali che circolavano nei confronti dei giudei), esso prese a indicare il quartiere, o la via, abitata per lo più da non abbienti, forse anche da emarginati e da girovaghi, o semplicemente il luogo in cui si custodivano gli animali domestici, grossi o minuti. La molteplicità di significati del toponimo, tuttavia, resta ancora da precisare e approfondire".

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