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Forum del Circolo di Studi Storici "Le Calabrie"
 
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SULL'UNITA' D'ITALIA
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Nuovo argomento   Rispondi    Indice del forum -> L'Ottocento (III Periodo postunitario 1807-1861)
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Inviato: Dom Lug 22, 2018 3:50 am    Oggetto: Ads

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lo sparviero



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MessaggioInviato: Sab Gen 27, 2007 3:35 pm    Oggetto: SULL'UNITA' D'ITALIA Rispondi citando

Cari amici,
in questi giorni mi è giunto l’ultimo numero di Calabria Letteraria. Sapete cosa trovo? Un articolo a firma di Franco Frangella riportante in appendice alcune lettere scritte da Mazzini e da Garibaldi ad un famoso patriota calabrese: Luigi Miceli, per lungo tempo deputato al Parlamento. È noto a tutti che il piede straniero ha da sempre calpestato il nostro bel prato verde: il Popolo Meridionale ha subìto una colonizzazione straniera che parte da lontano (prima dell’Unità) e che continua tuttora. Come si stanno sfatando leggende e luoghi comuni che riguardano i Borbone (maledetti ma anche compianti), i Francesi (maledetti, ma che hanno lasciato un impianto amministrativo di tutto rispetto) si sta facendo luce anche sui risvolti politici post unitari che non sempre sono benevoli nei confronti dei Savoia.
Premetto che non sono uno studioso di questo periodo, ma considerato quanto ho avuto modo di leggere, mi è sembrato opportuno aprire un forum.
Ancora il suolo alitava di polvere da sparo che Mazzini scrive il 14 aprile 1861 al famoso garibaldino di Longobardi dicendo: “Bisognava riunirvi, Siciliani, Napoletani e pochi altri d’altre parti, intendervi per agire come un sol uomo e dir tutta la verità al Governo e alla maggioranza”. Mazzini afferma “che il paese ha aderito unicamente alla Monarchia Sarda unicamente con quella condizione. Che il paese non vuole soggezione politica straniera, che vuole si proclami il suo diritto, che vuole Roma, che vuole Venezia, che vuole l’attuazione rapida del programma di Garibaldi e se no, no”. Si evidenzia in queste parole un disaccordo con il governo centrale in materia estera. Chiaramente Mazzini era rimasto deluso dalla politica savoiarda e invitava i suoi fedelissimi parlamentari a riunirsi e far valere i propri diritti. Ma così non fu. Abbiamo avuto in genere uomini politici pavidi fin d’allora. Napoletani, Siciliani, Calabresi e Meridionali in genere non si riunirono per reclamare il dovuto. Oggi noi ci troviamo in questa situazione drammatica grazie anche a loro.
In un’altra lettera scritta il 2 gennaio 1865, Mazzini pur ammirando le qualità umane, rivolto al Miceli, lamentava “la condotta politica di voi e di parecchi vostri amici”. Mazzini di fronte a questa situazione drammatica, di continua presenza dello “straniero” in patria, affermava: “gli uomini di cuore e di fede non hanno più secondo me che un dovere: staccarsi dal tempio ove si adora lo straniero, chiedere davanti all’Italia perdono agli uomini e a Dio d’essersi illusi, e risollevare la bandiera d’un principio”. Parole pesanti, dure e piene di delusione confermate più avanti quanto dice: “L’unità perde ogni giorno vieppiù credito, amore nella popolazioni (…). L’Unità fu tradita (…), l’Italia si ricompre di immoralità”. Mazzini spingeva ancora per il suo disegno di Unità Repubblicana (forse sarebbe stato meglio!). A questo punto fortemente sfiduciato decide di troncare la corrispondenza con il Miceli.

E veniamo a Giuseppe Garibaldi. “Ho predicato annessioni quando importava fondare l’Unità materiale d’Italia (…). Ma oggi quella speranza è svanita anche per voi”. Gli strali erano rivolti ad un’Italia “materialista, corrotta, noncurante di sé o d’altri, sotto l’influenza di una monarchia “che non fu, non è e né può essere mai nazionale”. Garibaldi sperava ancora in una insurrezione repubblicana. Questo scriveva il 15 maggio 1865. E come un vate affermava “sarà fra un mese un anno o chissà quando ma dovrà avvenire”. Così fu 60 anni fa. Troppo tardi.
Mio carissimo Miceli, scriveva in un’altra missiva il 30 agosto 1880, “S’io dovessi pubblicare le mie idee su codesto Governo, vi assicuro: esse altro non sarebbero che una serie di biasimi (…). Quando noi sacrificammo i convincimenti repubblicani a favore di una monarchia la di cui potente partecipazione al grande ideale dell’unità non possiamo disconoscere, (…) noi affidammo le sorti dell’Italia alla Dinastia Sabauda colla sola condizione ch’essa facesse il bene. Or dimmi mio caro Miceli, la monarchia ha fatto il bene del Paese? In questi vent’anni noi l’abbiamo veduta sempre in balia di uomini che fecero a gara per umiliarla all’estero, e nell’interno (…). L’Italia che io ho coscienza, è il [paese] più povero, il più tassato, fuggendo i suoi figli per non morir di fame, la metà delle terre incolte e pestilenziali, il 25 per centro di pellagrosi, cioè di morenti per miseria e pazzia. E intanto va avanti la lista civile gonfia di milioni, la m età della nazione gravitando sull’altra metà, per cui demoralizzazione completa. I gesuiti cacciati dalla Francia ed accolti in Italia ove preti, gesuiti, tutti, sono strapotenti, godenti di 66 milioni di governativi sussidi, che da soli basterebbero per sanare la pellagra”. Ritengo che ogni considerazione sia superflua. Garibaldi mette il dito sulla piaga di argomenti tuttora messi in discussione, su malgoverno e aria politica malsana. Historia repetitur!
Per poter leggere integralmente queste ed altre lettere non vi resta che consultare l’ultimo n. della Rivista che troverete in edicola.
Sparviero.

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pgreco



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MessaggioInviato: Sab Gen 27, 2007 6:01 pm    Oggetto: Rispondi citando

Per dare un contributo alla discussione, riporto quanto ebbe a scrivere Garibaldi in una lettera ad Adelaide Cairoli nel 1868: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.

Inoltre, illumunanti al riguardo sono i giudizi di Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini ed Antonio Gramsci.

Giustino Fortunato a Pasquale Villari(2-IX-1899): “L’unità d’Italia (…..) è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato,contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari alle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali(…..)".

Gaetano Salvemini (1900): “Sull’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata(…..) è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone(…..)".

Antonio Gramsci (da “Ordine Nuovo” 1920): “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.

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pgreco



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MessaggioInviato: Sab Gen 27, 2007 6:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

Rettifico il passo di Salvemini che avevo trascritto male.

"Se dall'unità d'Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata (...) è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone".

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Scinuso



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MessaggioInviato: Mer Nov 19, 2008 3:54 pm    Oggetto: Rispondi citando

Letture ogni volta impressionanti.
In particolare il passo di Mazzini in cui dice:
Citazione:


"gli uomini di cuore e di fede non hanno più secondo me che un dovere: staccarsi dal tempio ove si adora lo straniero, chiedere davanti all’Italia perdono agli uomini e a Dio d’essersi illusi, e risollevare la bandiera d’un principio”


dice a mio avviso fondamentalmente un punto essenziale. E cioè che l'unità rappresentò in generale la mortificazione di un' istanza politica fortemente sovranista e indipendentista, quale era quella incarnata dal Regno delle Due Sicilie, in particolare su spinta di Ferdinando II (e in chiave soprattutto anti-inglese), mortificazione posta in essere da parte di politici assai più inclini a piegarsi ai dettami di un disegno geopolitico eterodiretto, i cui fini abilmente si fecero coincidere con quelli delle proprie classi dirigenti: e mi riferisco al Piemonte e alla strategia continentale del liberismo inglese. Questo è almeno un abbozzo di idea che mi sono fatto.

A partire dalla questione degli zolfi siciliani, che irritò a tal punto l'Inghilterra da farle schierare la sua flotta nel golfo di Napoli, passando per le diffamazioni di Gladstone e fino ai fondi in piastre egiziane largamente profusi dalle Loggie britanniche nelle tasche dei Mille, la storia dei rapporti tra Inghilterra e Napoli e sovrapponibile a quella di un qualunque stato moderno non disposto a piegarsi agli interessi del controllo globale della superpotenza dominante statunitense: contrapposizione di interessi;demonizzazione mediatica; (tendenzialmente) rovesciamento del governo sgradito e sua sostituzione con elementi fidati.

Mi sembra unn abbozzo ricostruttivo su cui almeno riflettere.

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Mimmo Cacello



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MessaggioInviato: Ven Mar 18, 2011 3:48 pm    Oggetto: Rispondi citando

A questi sentimentalismi pro Regno delle due sicilie, dove non si stava poi tanto bene, rispondo che Ferdinando II era come Gheddafi, borbardava il suo popolo tanto da essere passato alla storia come Re Bomba.
Mimmo Cacello
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Scinuso



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MessaggioInviato: Sab Mar 19, 2011 9:49 pm    Oggetto: Rispondi citando

Invece Vittorio Emanuele II che bombradò gli insorti di Genova è passato alla storia come "Re Galantuomo". L'importante è ascoltare le "grida di dolore" dei popoli oppressi, esportare democrazia e importare grassi profitti. Ieri come oggi, si rivela sempre molto conveniente.

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Licofoli
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MessaggioInviato: Dom Mar 20, 2011 9:23 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Furio,

dimentichi il bombardamento di Palermo da parte del "galantuomo" nel 1866 in occasione della rivolta detta "del sette e mezzo". Come vedi per gli storici prezzolati non conta il bombardamento ma chi lo fa....

Così come ha poca memoria, o memoria a senso unico, chi dimentica la repressione dei fasci siciliani (1891-1893) e le imprese del generale Bava Beccaris a Milano nel 1898. La strage di cittadini inermi (80 morti e 450 feriti) su cui sparò "eroicamente" gli valse nientemeno la Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia, consegnatagli da Umberto I, ed un posto in parlamento.

W l'Italia e l'onestà intellettuale degli storici italiani, dunque, calabresi compresi, come vedi!

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Mimmo Cacello



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MessaggioInviato: Mer Mar 23, 2011 6:08 pm    Oggetto: Rispondi citando

Certamente anche Vittorio Emanuele fece e porcherie, tanto che lo mpossiamo chiamare un altro re Bomba, ma ciò non toglie che Ferdinando II di Borbone in alcune situazioni si comportò come Gheddafi si comporta oggi con il "suo" popolo.
Per quanto riguarda il crimine commesso da Bava Beccaris a maggio del 1898 nel 1900 ci ha pensato l'anarchico Bresci a vendicare i morti di Milano ed a sistemare la testa coronata.
In ogni caso Viva L'Italia Unita, Viva la Repubblica Italiana, Viva La Costituzione, anche perché in passato almeno ci hanno disinfettato da pidocchi e cimici
Mimmo Cacello
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Licofoli
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MessaggioInviato: Mer Mar 23, 2011 8:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Cacello,

a parte le tue provocazioni che mi fanno sorridere, vedo che non cogli il problema: a me non interessa che tu possa anche degnarti di chiamare "re bomba" Vittorio Emanuele; il problema è che, in barba ai dati di fatto, per tutti l'uno rimane il re bomba l'altro il re galantuomo.

Quanto al paragone risibile fra un dittatore arabo del XXI secolo e un sovrano assoluto europeo del XIX secolo, se ti sovvenisse il metodo storico che non ti manca di certo, capiresti che è antistorico e anacronistico e perciò degno di uno storico della domenica. Siccome ti conosco bene e ti stimo tanto, non posso che dedurre che hai voglia di scherzare.

Ma proseguiamo a scherzare per telefono, come abbiamo fatto alcuni giorni fa proprio su questo argomento, lasciando questo spazio alla ricerca scientifica piuttosto che ai proclami di qualsiasi fede essi siano.

Con simpatia.

V.

P. S.: per quanto mi riguarda, l'uccisione di una persona, qualsiasi possano essere le sue responsabilità, non è un fatto che mi possa in alcun modo rendere contento. Ciò, ovviamente, vale pure per Umberto I.

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Phersu



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MessaggioInviato: Mar Dic 20, 2011 3:50 pm    Oggetto: Rispondi citando

Lo storico britannico David Gilmour, autore di diverse premiate opere l'ultima delle quali (pubblicata nel mese di ottobre) ha per titolo “The pursuit of Italy: A history of a land, its regions and their peoples”, ha scritto al proposito:

Ci sono voluti 400 anni per vedere i sette regni dell’Inghilterra anglosassone diventarne uno solo, nel X secolo, mentre quasi tutti i territori dei sette stati che componevano l’Italia del XIX secolo furono riuniti in meno di due anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861. Il papa fu privato della maggior parte dei suoi territori, la dinastia dei Borboni fu cacciata da Napoli, i duchi dell’Italia centrale persero i propri troni e i re del Piemonte divennero quelli dell’Italia. A quel tempo, la rapidità dell’unificazione fu vista come una sorta di miracolo, un esempio perfetto di popolo patriota che si riunisce e si ribella per cacciare gli oppressori stranieri e i tiranni reali.

Bisogna però constatare che l’unificazione dell’Italia fu portata a termine solo da un gruppetto di patrioti, principalmente giovani del nord provenienti dalla classe media. (...)

Nel resto d’Italia, inizialmente le guerre del Risorgimento furono più una serie di guerre civili che battaglie per l’unità e la liberazione. Giuseppe Garibaldi - che aveva partecipato alle guerre d’indipendenza nell’America del Sud – e i volontari garibaldini – le
camicie rosse – hanno combattuto con valore ed eroismo in Sicilia e a Napoli nel 1860. Le loro campagne militari erano nient’altro che la conquista dell’Italia del sud da parte degli italiani del nord.

Lo stato dell’Italia meridionale, noto come Regno delle Due Sicilie, si vide quindi imporre le leggi del nord. Quindi Napoli, la città più grande dell’Italia di allora, non si sentì liberata: soltanto 80 napoletani si presentarono volontari per combattere al fianco di Garibaldi. E il popolo dell’Italia meridionale si sentì ben presto frustrato quando la città cambiò improvvisamente il suo
status di capitale di un regno indipendente, durato più di 600 anni, diventando città di provincia. Ancora oggi il suo status politico resta limitato e il PIL del sud rappresenta appena la metà di quello del nord.

L’Italia unita attraversò il laborioso processo di costruzione della nazione e diventò uno stato unitario affrontando solo in parte le questioni locali. (...) la penisola italiana fu conquistata in nome del re piemontese Vittorio Emanuele II e poi diventò una versione
extra large dell’ex regno piemontese, con la stessa monarchia, la stessa capitale (Torino) e la stessa costituzione. Con l’estensione della legge piemontese a tutta la penisola, molti dei nuovi abitanti del regno si sentirono più conquistati che liberati. Violente rivolte furono brutalmente represse nel sud negli anni 1860.

La diversità italiana era radicata nella storia e non poteva essere cancellata in pochi anni. Nel V secolo a.C. gli antichi greci parlavano tutti la stessa lingua e si consideravano tutti greci; nello stesso periodo gli abitanti dell’Italia parlavano circa 40 lingue diverse e non avevano alcun sentimento di identità comune. Questa diversità si accentuò ancora di più dopo la caduta dell’impero romano; in quel periodo gli italiani vissero per secoli la realtà dei comuni medievali, delle città stato e dei ducati rinascimentali. (...)

Altro barometro della diversità italiana: la lingua. Al momento dell’unificazione, secondo gli studi dell’eminente linguista italiano Tullio De Mauro, soltanto il 2.5% della popolazione parlava italiano, cioè il fiorentino nato dalle opere di Dante e Boccaccio. Anche se pare una esagerazione e ammettendo che forse il 10% delle persone comprendesse il fiorentino, resta il fatto che il 90% della popolazione italiana parlava lingue o dialetti regionali che restavano incomprensibili all’interno dello stesso Paese. Persino il re Vittorio Emanuele parlava piemontese quando non usava la sua prima lingua, il francese.

Nell’euforia degli anni 1859-1861, pochi politici italiani si preoccuparono di riflettere sulle complicazioni che avrebbe generato l’unione di popoli così diversi. Massimo D’Azeglio, statista piemontese e pittore, fu uno di questi. Dopo l’unità disse: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”.

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Da: La fine originale dell’Italia
Traduzione a cura di Claudia Marruccelli per Italiadallestero.info
(testo e notizie tratte da:
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fethiye



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MessaggioInviato: Mar Dic 20, 2011 9:05 pm    Oggetto: Rispondi citando

Se tutte le opere premiate di Gilmour sono di questo tenore, e contengono simili inaudite inesattezze, Dio ci scampi da quelle non premiate...

F.

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MessaggioInviato: Mar Dic 20, 2011 10:16 pm    Oggetto: Rispondi citando

... Vorrebbe confutare, una per una ed in modo analitico e metodologico, preferibilmente con una visione non monoftalmica (come leggesi dal suo motto), tutte le "inaudite inesattezze" dello scrittore britannico?

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U.J.D.

"A faticosa impresa assai per tempo" (F. Petrarca, Canzoniere, 119, 12)
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fethiye



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MessaggioInviato: Mer Dic 21, 2011 6:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

Premesso che il libro non l'ho letto (e certamente non lo leggerò), e, per conseguenza, premesso che l'invito all'a-monoftalmia dovrebbe essere rivolto ben più congruamente a Mr Gilmour e a tutti coloro che continuano ad avere una visione Napolicentrica del periodo in questione, non c'è bisogno di snocciolare TUTTE le inesattezze, bastevolmente potendosene citare una sola: i soli napoletani arruolatisi con il corpo di spedizione garibaldino furono 961 (a richiesta posso fornire al sig. Gilmour nome e cognome di ciascuno dei suddetti). Aggiungo, per ricollegarmi con la questione dell'ottica distorcente Napolicentrica (secondo la quale vien fatto sempre riferimento, nel bene e nel male, alla sola Napoli e dintorni, non prendendo nella minima considerazione quelle che furono le ragioni del resto del Regno) che i calabresi UFFICIALMENTE arruolatisi con Garbaldi furono 1401 (113 della Provincia di RC, 244 CZ e 944 CS, e, all'occorrenza, anche in questo caso, a richiesta, posso fornire nome, cognome, paternità e numero di matricola militare).
Se, quindi, l'asserzione secondo cui solo 80 napoletani seguirono Garibaldi, non è un'inaccettabile inesattezza ... (specie laddove si consideri che i miei dati sono tranquillamente reperibili nel web, ovviamente attingibili anche dall'Inghilterra, e senza scomodarsi ad andarli a cercare i chissà quale archivio!)

Saluti,
F.

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MessaggioInviato: Gio Dic 22, 2011 2:25 pm    Oggetto: Rispondi citando

Questo celebre brano, come tutti sapete, è tratto da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa:

Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione.’ In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.”
Adesso Chevalley era turbato. “Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato.”
“L’intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposi-zione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto.


A mio avviso questo stesso discorso si addice perfettamente anche alla Calabria: da venticinque secoli porta sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate.

Non dico sia un bene o un male. Dico solo che è così.

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messer giorgio



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MessaggioInviato: Gio Dic 22, 2011 11:04 pm    Oggetto: Rispondi citando

G. Attilio Arnolfini da Lucca scriveva:

Citazione:
26. La classe de' coltivatori della campagna forma in Gioja, Terranova e Gerace la maggior parte della popolazione e ha con il rimanente numero degli abitatori una proporzione maggiore che in molti altri paesi: I quattordici sopra indicati villaggi e città (n° 20) possono quasi dirsi composti dalle riunite abitazioni degli operai che si spargono giornalmente per la campagna a coltivarla.Dolce, rispettoso e buono sembra il carattere de' coltivatori calabresi; e generalmente vivono con disagio, e miserabilmente anguste sono le loro case e formate con quadrelli di pietra fragile o molle tagliate in figure di mattoni. Pochi palmi di ruvido arbagio nero serve per il loro e unico vestito. Alla casa e all'abitazione corrisponde il vitto. Viene asserito che comunemente gli manchi il vino e che quasi sempre si prevalgano unicamente di acqua per bevere. I calabresi coltivatori sembra che siano talmente abituati nel disagio e nella miseria che, paghi e contenti, non per riflessione ma per una cieca materialità, della loro sorte, non sappiano neppure desiderare di migliorarla e di vivere meglio. Stupidi in ciò debbono dirsi; onde sono poi alieni da quella fatica che gli sarebbe giovevole. La stessa miseria e il non conoscere alcun comodo, non che delizia, della vita deve credersi che non poco contribuisca a non risvegliare in quelli abitanti, benchè simili agli uomini di altre provincie, nè desiderio ne industrie.


da Dissertazione sopra i feudi della Principessa di Gerace Il Marchesato di Gioia Tauro - Il Ducato di Terranova . Il Principato di Gerace nel 1768 di L. Volpicella Pag 7 della Dissertazione

...forse non è attinente al tema.......forse Rolling Eyes

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Cordialmente, Messer rk01_acavallo Giorgio.

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