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Storiografia meridionale e revisione: considerazioni
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Nuovo argomento   Rispondi    Indice del forum -> L'Ottocento (III Periodo postunitario 1807-1861)
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Licofoli
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MessaggioInviato: Sab Ago 08, 2009 4:44 pm    Oggetto: Storiografia meridionale e revisione: considerazioni Rispondi citando

Cari amici,

con la resa delle ultime piazzeforti borboniche nel corso del 1861, fra le quali Gaeta dove l'ultimo sovrano delle Due Sicilie, Francesco II, aveva eroicamente resistito ad un lungo assedio da parte dei piemontesi, scompariva per sempre dalla carta geografica il Regno meridionale, fondato da Ruggero II nel 1130, le cui vicende unitarie si protrassero per oltre 730 anni: sette secoli di sorprendente continuità politico-istituzionale, nonostante il susseguirsi di dinastie diverse, venivano immolati sull'altare della nuova patria italiana, fin da subito connotatasi di stampo marcatamente tosco-padano.

La bocciatura e la condanna senza appello della storia di quel Regno da parte della storiografia nazionale, di matrice risorgimentale, è cosa nota a tutti e forse anche scontata: un nuovo stato non può che legittimarsi attraverso la delegittimazione e il discredito degli stati precedenti. Il problema non riguarda esclusivamente il Regno delle Due Sicilie ma anche gli altri stati preunitari italiani come quello Pontificio e i tanti ducati e ducatini del Centro-Nord.

Certo per il Mezzogiorno l'opera di demolizione, persino della memoria di quello stato, è apparsa fin da subito piuttosto evidente. Se, per esempio, nel Nord alcune istituzioni preunitarie, musei, ecc. hanno conservato la loro denominazione, magari legata ai principi e ai casati che li hanno istituiti, nel Sud tutto è stato soppresso e, nella migliore delle ipotesi è diventato "nazionale". Così il Regio Museo Borbonico, il primo museo italiano, è diventato "Museo Nazionale".

Tale processo si riscontra anche nella toponomastica. I nomi risorgimentali hanno cancellato a tappeto qualsiasi preesistenza toponomastica, anche quella legata a nomi locali di contrade, cosa che ha reso talvolta ardua la localizzazione di antichi edifici e reperti e, in generale, complicato le ricerche topografiche.

Negli ultimi anni pero, piaccia o non piaccia, è in atto da parte di una nuova generazione di studiosi, meridionali e non, una profonda revisione. I circa 150 anni trascorsi da quegli eventi non sono passati invano. Dissoltasi l’enfasi dell’epopea risorgimentale e la conseguente retorica, la realtà comincia ad affiorare sempre più, nonostante resistenze ancora fortissime.

Non si tratta di rovesciare le conoscenze, come qualcuno ingenuamente potrebbe pensare, ma solo di vederci chiaro, perché come al solito i buoni non sono tutti da una parte e i cattivi dall’altra. È un compito immane cercare di far luce sulla storia meridionale, liberi il più possibile da pregiudizi e condizionamenti. Anche io ho frequentato le scuole di stato e ne sono uscito completamente plasmato (non oso dire plagiato), convinto dell’atavica inferiorità meridionale, della grandezza del Nord che ci ha sempre preceduti e della missione salvifica dei garibaldini e del Piemonte che hanno liberato il Sud (da chi poi, visto che qui non c’erano stranieri ma solo noi stessi?), assicurandoci un futuro migliore….

I problemi sono cominciati quando anziché di andare a fare il medico, l’avvocato o il coltivatore diretto, rimanendo ciecamente convinto di ciò che avevo imparato, ho deciso di fare lo storico per professione. Il mio contatto con gli archivi meridionali è stato traumatizzante. Le fonti, quando studiate con un minimo di obiettività, nella stragrande maggioranza dei casi, smentiscono senza appello i libri di scuola. La scuola italiana, si sa, ha sfornato generazioni di giovani meridionali consci della loro atavica inferiorità, sconfitti ante litteram, complessati, desiderosi soltanto di prendere la valigia per lasciare la loro terra, della quale, ignorandone la storia, spesso si vergognano, per andare ad apportare il proprio contributo professionale a terre straniere, comunque lontane dalla loro. Quest’ultima così, sempre più desolata, da 150 anni stenta a scuotersi e la ripresa appare sempre più un’utopia.

La ricerche, quelle metodologicamente ineccepibili, comunque proseguono ed i risultati si fanno sempre più incoraggianti e significativi, nonostante, come affermavo, tale revisione cozzi contro molti interessi tuttora prevalenti e intoccabili, legati anche alle modalità con le quali si è formato il Paese in cui viviamo ed ai potentati che lo governano e ne indirizzano la politica interna. Anche a livello accademico qualcosa si muove. Alcuni anni or sono ho assistito nell’aula Magna della mia università ad un Convegno che rivalutava in modo sorprendente la figura di Ferdinando II di Borbone, roba da non credere alle proprie orecchie e, comunque,di certo, il segno dei tempi.

Certo è bene avvisare che ancora oggi, chi voglia fare carriera accademica è bene che si tenga lontano da certe tematiche sacre ed inviolabili, quali quelle legate al Risorgimento; tuttavia anche nei quartieri alti della ricerca qualcosa si è messo in movimento: basterebbe pensare al bellissimo volume di Roberto Martucci. “L’invenzione dell’Italia unita”, edito nientemeno che da Sansoni , che attraverso l’esame scrupoloso e senza censure del carteggio Cavour (censure invece operate dal siciliano Rosario Romeo, che Dio lo perdoni, ancora oggi considerato uno dei massimi studiosi del Risorgimento) traccia un profilo davvero attendibile e privo di condizionamenti di sorta del processo di unificazione.

Coloro che sono ostili a questo salutare processo storiografico, a mio giudizio inarrestabile, etichettano con l’epiteto di neoborbonico tali ricerche, sperando così di screditarne gli esiti. Gli storici revisionisti sarebbero in altri termini dei nostalgici del passato, la cui nostalgia benderebbe loro gli occhi e la cui serietà si commenterebbe da sola. Gente che illude i propri conterranei suscitando in loro un atteggiamento vittimistico.

Effettivamente l’eco che suscita questo processo revisionistico non è immune da estremismi da parte dei non addetti ai lavori che ne seguono gli esiti – e non poteva essere diversamente visto ciò che si è assimilato nella direzione opposta da un secolo e mezzo a questa parte – ma ciò, per contro, nulla toglie alla serietà e all’onestà intellettuale di coloro che si occupano di questo tema e che sono avvezzi ad argomentare pacatamente e a documentare le loro ragioni.

Si tratta, dunque, di colpi di coda della vecchia nomenclatura storiografica e dei suoi epigoni che, attraverso la delegittimazione di chi la pensa diversamente, gioca – barando ancora una volta - le sue ultime carte. Anche a livello di non addetti ai lavori la reazione nei confronti della revisione ha toni che oscillano fra la sufficienza e la derisione, nel migliore dei casi, e l’intolleranza e l’insulto, nel peggiore. Basterebbe dare un’occhiata ai vari forum in rete sui quali talvolta si discute di queste tematiche per scorgere le reazioni che suscita fra gli allineati alla vecchia storiografia ufficiale, la divulgazione dei nuovi orientamenti. Una sorta di lesa maestà!

Occorre avvertire che non è un problema di scontro fra nord e sud, giacché gli ostili alla revisione come i favorevoli si ritrovano dappertutto sia a nord che a sud.

Questo è il panorama attuale.

Stando così le cose, lo storico onesto come dovrà comportarsi praticamente? In altri termini, se io mi reco in un archivio e trovo documenti che rivalutano la politica economica borbonica oppure che mettono in evidenza la condotta riprovevole di un generale piemontese quale il Cialdini (sono solo banali esempi pratici) come dovrò regolarmi? Dovrò tacere tutto per amor di patria (ottenendo magari riconoscimenti di merito) o sarà mio dovere avvertire il mondo della ricerca di queste novità, anche se questo dovesse comportare per me l’etichetta o marchio di “borbonico”?

A voi, cari amici, la risposta!

Da parte mia aggiungo soltanto che se ricostruire con onestà intellettuale la storia del Mezzogiorno, senza compromessi, senza pregiudizi di sorta, senza condizionamenti aprioristici, senza luoghi comuni, senza paura di smentire chi ci ha preceduto; se tutto ciò, dunque, equivale ad essere borbonici, allora anch’io sono borbonico, anzi sono orgoglioso di esserlo!

Con questo spirito, dunque, mi avvio a concludere questo intervento proponendovi la lettura di un documento ufficiale, il penultimo proclama di Francesco II Borbone emesso da Gaeta, dove il sovrano veniva assediato dai piemontesi, l’8 dicembre 1860. E’ un documento che fornisce un’immagine tutt’altro che ridicola di questo sovrano che da sempre è stato oggetto di derisione da parte dei suoi vincitori. Il cosiddetto Franceschiello rivolge un messaggio alla popolazione che risulta per certi versi profetico riguardo a quello che sarebbe divenuto il Sud dopo l’Unità. Vi invito a leggerlo perché alcuni passi sono estremamente significativi e denotano una visione tutt’altro che distorta di ciò che sarebbe stato del Mezzogiorno dopo il 1860.

Buona lettura!

Da questa Piazza dove difendo più che la mia corona l'indipendenza della patria comune, si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo delle nostre sventure; che mai à durato lungamente l'opera della iniquità, nè sono eterne le usurpazioni. Ho lasciato perdersi nel disprezzo; ò guardato con sdegno i tradimenti, mentre che tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ò combattuto non per me ma per l'onore del nome che portiamo. Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indignato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell'astuzia. Io sono napoletano; nato tra voi, non ò respirato altra aria, non ò veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Erede di una antica dinastia che à regnato in queste belle contrade per lunghi anni ricostituendone l'indipendenza e l'autonomia, non vego dopo avere spogliato del patrimonio gli orfani, dei suoi beni la Chiesa ad impadronirsi con forza straniera della più deliziosa parte d'Italia. Sono un principe vostro che à sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra' suoi sudditi. Il mondo intero l'à veduto; per non versare il sangue ò preferito rischiare la mia corona. I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio consiglio; ma nella sincerità del mio cuore, io non poteva credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire, dopo tante nostre sventure un'era di persecuzione, e così la slealtà di pochi e la clemenza mia ànno aiutata l'invasione piemontese, pria per mezzo degli avventurieri rivoluzionarii o poi della sua armata regolare, paralizzando la fedeltà dei miei popoli, il valore dei miei soldati. In mano a cospirazioni continue non ò fatto versare una goccia di sangue, ed ànno accusata la mia condotta di debolezza. Se l'amore il più tenero pe' miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nella onestà degli altri, se l'orrore istintivo al sangue meritano questo nome, sono stato certamente debole. Nel momento in che era sicura la rovina de' miei nemici, ò fermato il braccio de' miei generali per non consumare la distruzione di Palermo: ò preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento, come quelli che ànno avuto luogo più tardi in Capua ed in Ancona. Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un'alleanza intima pe' veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutt' i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi nè dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure a' trionfi de' miei avversari. Io aveva dato una amnistia, aveva aperto le porte della patria a tutti gli esuli, concedendo a' miei popoli una costituzione. Non ò mancato certo alle mie promesse. Mi preparava a garantire alla Sicilia istituzioni libere che consacrassero con un parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica rimuovendo ad un tratto ogni motivo di sfiducia e di scontento. Aveva chiamato a' miei consigli quegli uomini che mi sembrarono più accettabili all'opinione pubblica in quelle circostanze, ed in quanto me lo à permesso l'incessante aggressione di che sono stato vittima, ò lavorato con ardore alle riforme, a' progressi, ai vantaggi del comune paese. Non sono i miei sudditi che mi ànno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l'ingiustificabile invasione d'un nemico straniero. Le due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani del Piemonte. Che à dato questa rivoluzione ai miei popoli di Napoli e di Sicilia? Vedete lo stato che presenta il paese. Le Finanze un tempo così floride sono completamente rovinate: l'amministrazione è un caos; la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti: in vece di libertà. Lo stato di assedio regna nelle provincie, ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s'inchinano alla bandiera di Sardegna. L'assassinio è ricompensato; il regicidio merita un apoteosi; il rispetto al culto santo de' nostri padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori al proprio paese ricevono pensioni che paga il pacifico contribuente. L'anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri àn rimestato tutto per saziare l'avidità e le passioni dei loro compagni. Uomini che non hanno mai veduta questa parte d'Italia, o che ànno dimenticato in lunga assenza i suoi bisogni, formano il vostro governo. In vece delle libere istituzioni che io vi aveva date e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la più sfrenata dittatura e la legge marziale sostituisce adesso la costituzione. Sparisce sotto i colpi de' vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le due Sicilie sono state dichiarate provincie di un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da Prefetti venuti da Torino. Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell'avvenire. Unitevi intorno al trono de' vostri padri. Che l'oblio copra per sempre gli orrori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ò fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli ed alle istituzioni che ò loro accordate. Indipendenza amministrativa ed economica tra le due Sicilie con parlamenti separati; amnistia completa per tutti i fatti politici; questo è il mio programma. Fuori di queste basi non ci sarà pel Paese, che dispotismo o anarchia. Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto qui per non abbandonare così santo e caro deposito. Se l'autorità ritorna nelle mie mani, sarà per tutelare tutt'i diritti, rispettare le proprietà, garantire le persone e le sostanze de' miei sudditi contro ogni sorta di oppressione e di saccheggio. E se la Provvidenza nei suoi alti disegni permetta che cada sotto i colpi del nemico straniero l'ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò con la coscienza sana con incrollabile fede, con immutabile risoluzione; ed aspettando l'ora inevitabile della giustizia, farò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria; per la felicità di questi popoli, che formano la più grande e più diletta parte della mia famiglia. Preghiamo il Sommo Iddio, onde si degni sostenere la nostra causa.

Al di là del giudizio che si può esprimere su questo testo, ciò che si può senz'altro affermare è che, anche in questo caso, una cosa sono i documenti su cui ricostruire la storia, un'altra i luoghi comuni, lo scherno e le diffamazioni.

Saluti a tutti

Licofoli

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L'ultima modifica di Licofoli il Dom Ago 09, 2009 8:35 pm, modificato 2 volte
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MessaggioInviato: Dom Ago 09, 2009 4:31 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Vincenzo,
condivido pienamente tali tue ineccepibili osservazioni.
Purtroppo, il "Sommo Iddio" invocato dall'ultimo legittimo Sovrano del Regno delle Due Sicilie, non ne esaudì l'accorata preghiera.
Quanto accadde in sèguito nel Sud della nuova "Italia" (brigantaggio resistenziale legittimista, massacri di comunità civiche come quelle di Casalduni e Pontelandolfo e di migliaia di militari e di c.d. briganti meridionali nei lager savoiardi e, ancora, emigrazione, questione meridionale, &c.) è fatto notorio oggetto di revisione storica.
Ciò, con buona pace dei c.d. Patrioti meridionali, i quali. come utili idioti (ed esecrabili traditori al proprio paese, come giustamente ebbe a definirli Francesco II di Brorbone in quel profetico proclama), contribuirono fattivamente ad aprire le porte del Regno ad uno straniero Monarca invasore e, come i fatti hanno dimostrato, tutt'altro che "Galantuomo" per le sorti del Sud della Penisola italiana.
E, paradossalmente, soltanto di costoro (e dei famosi Padri della Patria, come Cavour, Garibaldi, Mazzini & compagnia bella) una certa retorica risorgimentalista ha imposta l'intitolazione delle strade cittadine meridionali, avendo così, ancora, trucidata la memoria di tutti coloro che, a differenza dei primi, morirono per la difesa del Regno delle due Sicilie e, negli anni che immediatamente ne seguirono alla sua caduta, per non tradire l'obbedienza e la fedeltà al suo legittimo detronizzato Re.

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MessaggioInviato: Mar Ago 11, 2009 12:11 pm    Oggetto: Re: Storiografia meridionale e revisione: considerazioni Rispondi citando

Licofoli ha scritto:
Non si tratta di rovesciare le conoscenze, come qualcuno ingenuamente potrebbe pensare, ma solo di vederci chiaro, perché come al solito i buoni non sono tutti da una parte e i cattivi dall’altra. È un compito immane cercare di far luce sulla storia meridionale, liberi il più possibile da pregiudizi e condizionamenti. Anche io ho frequentato le scuole di stato e ne sono uscito completamente plasmato (non oso dire plagiato), convinto dell’atavica inferiorità meridionale, della grandezza del Nord che ci ha sempre preceduti e della missione salvifica dei garibaldini e del Piemonte che hanno liberato il Sud (da chi poi, visto che qui non c’erano stranieri ma solo noi stessi?), assicurandoci un futuro migliore….

I problemi sono cominciati quando anziché di andare a fare il medico, l’avvocato o il coltivatore diretto, rimanendo ciecamente convinto di ciò che avevo imparato, ho deciso di fare lo storico per professione. Il mio contatto con gli archivi meridionali è stato traumatizzante. Le fonti, quando studiate con un minimo di obiettività, nella stragrande maggioranza dei casi, smentiscono senza appello i libri di scuola. La scuola italiana, si sa, ha sfornato generazioni di giovani meridionali consci della loro atavica inferiorità, sconfitti ante litteram, complessati, desiderosi soltanto di prendere la valigia per lasciare la loro terra, della quale, ignorandone la storia, spesso si vergognano, per andare ad apportare il proprio contributo professionale a terre straniere, comunque lontane dalla loro. Quest’ultima così, sempre più desolata, da 150 anni stenta a scuotersi e la ripresa appare sempre più un’utopia.

Carissimi tutti, carissimo Licofoli,
basterebbe che queste frasi qui sopra fossero divulgate, fossero diffuse, fossero fatte conoscere in giro per tutt'Italia.

Frasi pacate, non polemiche, semplici.

Frasi vere, che nascono da un'esperienza vissuta.

Frasi oggettive, che non vogliono "rompere" nè stravolgere equilibri; che non vogliono far scoppiare rivoluzioni.

Ma che vogliono solo far riflettere su dati di fatto.

Senza la pretesa di convincere nessuno, ma forti della limpidezza dei fatti, vogliono dire a tutti, storici e non: "Usate le fonti e la vostra testa, e riflettete".

Anzi, più esattamente: constatate.

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MessaggioInviato: Mer Ago 12, 2009 5:28 pm    Oggetto: Rispondi citando

Gentili amici,

grazie per i vostri messaggi e per le interessanti notazioni.

Da parte mia vorrei soltanto aggiungere una considerazione espressa l’anno scorso sul quotidiano online “L’Occidentale” a commento di un bell’articolo di Beppe Benvenuto che recensiva il libro di Gigi Di Fiore, Controstoria d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli, pp. 464, euro 19,50.

In quel commento rivendicavo alla storia il dovere di illuminare le coscienze sul passato, non alla ricerca di anacronistiche e ridicole rivalse nei confronti di coloro che hanno penalizzato il Mezzogiorno né, tantomeno, in chiave vittimistica e piagnucolona, piuttosto in una prospettiva completamente differente.

Preso atto del fatto che nel Mezzogiorno si è creata (rectius è stata creata) una frattura fra i suoi abitanti e la loro storia, ritenevo e ritengo che un vero riscatto per questa parte d’Italia non possa avviarsi se non dopo aver sanato questa frattura. Sarà banale affermarlo ma io penso che sia proprio compito della storia rimarginare questa ferita.

Studiando e diffondendo la nostra storia, quella priva di falsificazioni e luoghi comuni, prima o poi si creerà quel salutare orgoglio, che non è vanagloria ma fiducia nei propri mezzi e nella possibilità di una rinascita. In ciò la coscienza non solo dei problemi ma anche dei successi del proprio passato sarà fondamentale.

In questa ottica risulta sotto accusa pure il vecchio meridionalismo dagli occhi bendati il quale, partendo da una visione storiografica nel complesso falsata (quella figlia della temperie risorgimentale) non poteva arrivare a risolvere alcun problema, come puntualmente è avvenuto.

Sarà un processo lungo è difficile, i cui esiti probabilmente noi non li vedremo, ma le cui avvisaglie sono già percepibili sebbene soltanto da coloro che sono capaci di liberarsi di apparenze, pregiudizi e paraocchi.

E’ un’illusione? Forse! Occorre almeno provarci, però!

A corredo di quanto scritto, vi lascio a quel mio commento dell’anno scorso:

Ho letto il libro di Di Fiore che risulta frutto di una ricerca documentaria ineccepibile e dello studio di fonti difficilmente confutabili. Chi faccia ricerca storica con un minimo di serietà non può accettare che vi siano assiomi o visioni involabili dall'una o dall'altra parte. Il senso della ricerca, sarà banale ribadirlo, consiste proprio nel cercare di capire, con la serenità e il distacco frutto anche della distanza che ci separa da quegli eventi, come sono andate davvero le cose in quel periodo cruciale per la storia del nostro Paese. E' questo il ruolo di una storiografia onesta, senza visioni pregiudiziali, non di regime insomma che, tuttavia, in Italia stenta a scorgersi (non per nulla Di Fiore è un giornalista). E sul fatto che allora qualcosa sia andato storto mi pare che solo qualche persona ingenua, sprovveduta o, peggio ancora, in mala fede possa negarlo. Chi cerchi una conferma non farà fatica a trovarla nelle tante anomalie dell'Italia di oggi, la cui origine va individuata proprio in quel periodo cruciale della sua storia. Non si può costruire nulla di realmente solido, sentito e partecipato se una parte d'Italia per emergere ha fagocitato l'altra, se fin da subito vi sono stati italiani di serie A e italiani di serie B: i risultati sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere sul serio e i nodi, alla distanza, stanno comunque venendo al pettine. Una rivisitazione di quegli eventi, con serenità e severità storiografica, senza omissioni e reticenze consentirebbe forse al malato (l'Italia di oggi), meglio di qualsiasi altra medicina, di individuare una terapia per recuperare il tempo perduto, per tentare di diventare davvero quella nazione compiuta che non è mai stata, al di là della retorica e della insulsa propaganda risorgimentale, che da un secolo e mezzo, con i suoi falsi miti, piuttosto che a unire ha contribuito a dividere gli italiani e a creare fra loro e su di loro equivoci e pregiudizi di ogni sorta. E' un'illusione attribuire alla storia un ruolo così alto? Forse! Comincino intanto a fare sul serio il loro mestiere i colleghi storici meridionali (quelli giovani soprattutto), senza temere che certe teorie scomode possano ancora oggi compromettere, come è stato per il passato, la loro carriera accademica. (V.N. 29/07/2008)

Saluti

L.

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MessaggioInviato: Mer Ago 12, 2009 5:37 pm    Oggetto: Rispondi citando

Giusto. Giustissimo.
E osservo in particolare che...
Licofoli ha scritto:
(...) Studiando e diffondendo la nostra storia, quella priva di falsificazioni e luoghi comuni, prima o poi si creerà quel salutare orgoglio, che non è vanagloria ma fiducia nei propri mezzi e nella possibilità di una rinascita. (...) Sarà un processo lungo è difficile, i cui esiti probabilmente noi non li vedremo, ma le cui avvisaglie sono già percepibili sebbene soltanto da coloro che sono capaci di liberarsi di apparenze, pregiudizi e paraocchi.

E’ un’illusione? Forse! Occorre almeno provarci, però! (...)

...nel nostro piccolo, con questo forum ci stiamo provando.

Fortemente. Razz

Grazie a te degli acutissimi spunti di riflessione: in questi tempi, in cui sta circolando tanta moneta di ogni genere di lega, a volte alta ma più spesso bassa, il riflettere dell'intelligenza emette bagliori vieppiù forti.

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MessaggioInviato: Gio Ago 13, 2009 3:24 pm    Oggetto: Rispondi citando

Grazie Phersu per le tue parole.

Mi illudo che questa discussione possa servire ad evitare che venga nuovamente affibbiata l'etichetta di borbonico a coloro che si interessano con onesta, originalità e senza paraocchi della storia del Sud. Ovviamente non a tuti ma almeno a qualcuno che ha avuto la possibilità di leggere le nostre considerazioni

Sono convinto anch'io che questo spazio ha avuto ed ha pure un suo ruolo in questa direzione.

L.

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MessaggioInviato: Gio Ago 13, 2009 3:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

In sè, l'etichetta di borbonico potrebbe anche essere giusta.

Ma a condizione che l'aggettivo venga sfrondato del senso di "arretrata decadenza" di cui è gravato nel parlar corrente.

E, come giustamente osservi, questi nostri colloqui meriterebbero una platea di ampio respiro.

---

Come Cool ben sai, altre platee di vasta risonanza e di pari quantità di frequentatori sono recentemente incappate in questo stesso argomento.

Peccato che la qualità di alcuni frequentatori sia inversamente proporzionale alla detta quantità... e qui il discorso torna sulla lega di quel che circola su Internet...

Uno degli assiomi della finanza è che la moneta cattiva scaccia quella buona: ciò conferma la saggezza dei proverbi, uno dei quali recita più o meno i soldi buoni si fermano, i soldi falsi corrono... che ne dici, lo potremmo modernamente tradurre in "i forumisti farlocchi non dormono mai"? Confused Cool

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MessaggioInviato: Sab Ago 15, 2009 11:23 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Phersu,

in senso molto generale, che va anche al di là dell'ambito strettamente legato a questa discussione, io penso che anche per i forum in Italia vale un dato di fatto che si conferma sempre.

In tutta la Penisola quelli che scrivono sono sempre più di quelli che leggono! Il nostro è un Paese di scrittori: di poeti, di critici letterari, di romanzieri, di storici professionisti e non. Costoro scrivono; peccato che chi legge e studia è una minoranza. Invece dovrebbe essere il contrario: avremmo molti problemi di meno.

Se io che ho una laurea in lettere ed un dottorato di ricerca in storia dell'Europa Mediterranea mi mettessi a curare un ammalato con una terapia di mia invenzione o mi mettessi a patrocinare in cassazione un cliente, verrei immediatamente tratto in arresto (per aver commesso un reato contemplato dal codice penale) e sarebbe certamente questo un provvedimento ineccepibile.

Se un medico, un avvocato, un notaio o l'uomo della strada si mette a fare lo storico o l'archeologo e a scrivere di storia o archeologia, la cosa non provoca a costoro nessun problema. I problemi talvolta però sono loro a provocarli con il loro pressappochismo, la loro carenza di metodo, la disinformazione e, soprattutto la presunzione di essere nel giusto.

Beh che si può fare? Nulla se non lasciarli cuocere nel loro brodo.

Saluti

L.

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Phersu



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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 12:04 pm    Oggetto: Rispondi citando

Laughing ...e in un Paese culinario come il nostro, codesta "brodazza" finirebbe certo per trovare una Rolling Eyes degnissima posizione in qualche iper-ristorante-a-10-cappelli-e-30-forchette...

Seriamente: dici bene che la quantità dei grafomani è inversamente proporzionale alla qualità media sia dei loro prodotti, sia del metodo che porta ai medesimi.

Ammesso e non concesso che si possa parlare in ogni caso di "presenza di metodo", concetto che per molti si Rolling Eyes identifica nella frase Lo so io da sempre...

Amaro ma realista è il fatto che molti scrivano ma pochi leggano...
...e questi pochi, cosa leggono di più? A parte romanzi "classici" e letteratura di evasione "tradizionale", quanto vanno di moda i volumi-mattone-da-1000-pagine su temi di Evil or Very Mad misteriosofia Evil or Very Mad pseudofantastorica Evil or Very Mad ?

Più cupo, e privo di sbocchi risolutivi, è il problema dell'"usurpazione di mestiere", se così possiamo riassumere in tre parole l'acuta parte centrale del tuo ultimo ragionamento.

Se poi volessimo scendere a differenziare rischi e risvolti dell'operato delle varie categorie di "non storici" da te elencati in chiusura, credo che il discorso potrebbe aggiungere Twisted Evil sapidità alla poco attraente "brodazza" di cui sopra...

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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 5:33 pm    Oggetto: Rispondi citando

Cari amici,

in margine alle vostre note sul problema della rinascita storica del mezzogiorno lascio qualche mia considerazione.

Vista in un'ottica di storia politica dell'Europa, la vicenda del Sud Italia è suscettibile di una contestualizzazione, che ripeto in parte da spunti di Zitara letti qua e la, ma della cui pregnanza analitica ciascuno si avvede: il mondo che ha fagocitato le due Sicilie è il mondo, l'orizzonte ideologico che ha prosperato nel secolo e mezzo successivo e che è oggi quello che ambienta le nostre vite: il capitalismo liberale.

Il Piemonte non fu altro che la incarnazione di un moto storico che si affermava in filosofia, in politica e in economia, e che aveva il suo cuore nell'Impero Inglese, il quale "assorbì risorse" (Zitara) a spese di quegli avamposti ancora vegeti dell'Antico Regime.

Tra questi, il Regno presentava dei caratteri che condivideva con gli stati della medesima "quota" storico-politica:
-monarchia a base sacrale;
-"organicità" delle strutture sociali;
-nascente economia a guida statale.

Il modello contrapposto era appunto quello britannico:
-liberalismo filosofico;
-stutture sociali tipiche del capitalismo maturo;
-liberismo economico.

L'Unificazione siginificò per l'Italia proprio l'accodamento al corso storico "progressivo". Questo rappresentò però un momento cruciale per la storia non solo dei napoletani, ma degli italiani tutti: la Penisola, che aveva per un secolo e mezzo rimpianto i fasti della sua grandezza trascorsa celebrava la fine definitiva proprio di quella fase storica nella quale era stata guida delle nazioni, cioèl'età moderna, assumendo quella direzione che, sbocciata nel cuore dall'antico regime, l'avea intimamanete rimodellato e poi distrutto: l'orizzonte cioè dell'illuminismo liberale. In tal modo assumeva un ruolo gregario, relativo ad istanze storiche non sorte nel suo seno ma partorite altrove. Il momento simbolico di questo decisivo cambio di passo fu a mio avviso la questione romana. L'idea guelfa che l'Italia come idea e come storia ripetesse ogni vigore dalla presenza a Roma del Papa è a proposito presupposta.

Si può essere contenti o no che le cose siano andate così, ma è prezioso in ogni caso trovarsi sul piano dell'analisi.

Il Sud fu dunque per l'Italia la vittima prima di questa abiura alla propria grandezza e tipicità storiche. L'italia finì perchè l'antico regime finì, e ciò che rimase fu appunto il Regno d'Italia e il suo erede repubblicano: la "terza Roma" che i piemontesi volevano fondata, dopo l'Impero e il Papato, sulla "scienza".

Si può dire: meno male. Ciascuno la pensi come crede. Resta che lo scardinamento di una appartenza storica e di una mentalità, di un "modo di essere uomini" non fu per gli italiani affatto indolore, e in particolare per gli italiani del Sud.

ps: mi scuso del grosso ot in cui sono scivolato visto che qui si parlava specificatamente di deontologia storiografica...

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Phersu



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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 5:47 pm    Oggetto: Rispondi citando

Non vedo "fuori tema" in quel che scrivi, carissimo: bensì, un altro (e direi valido) punto di vista da cui osservare il medesimo (grigio) stato di fatto odierno.

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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 6:07 pm    Oggetto: Rispondi citando

Caro Phersu,

in effetti il panorama sembra fosco.
Perchè da un discorso così impostato viene fuori un interrogativo per il presente: che deve fare oggi il Sud? Cosa significa per il Sud la parola "sviluppo"?

Perchè se il Sud proprio non ce l'ha fatta a diventare un modello efficentista di produzione di capitale come la Silicon Walley, forse questo non vuol dire che è solo perchè è sfortunato e mediocre, ma forse qualcosa nell'indole sua resiste a ciò. E'solo qualcosa di negativo? Il fatto che sia impermeabile alla competitività in economia, al ritmo accelerato del "tempo capitalistico", al modo che esso propone di pensare al valore delle cose, della convivenza ecc. E il fatto che il Sud si ostini a essere un civlità "comunitaria", dove ogni intrapresa individuale cerca sempre di accomodarsi nelle istanze del tutto, in una tessitura sociale impenetrabile dall'individualismo capitalistico, è solo un problema da scardinare??

Io NON LO SO. Ma forse sono punti importanti per una considerazione del problema. Che ne pensate?

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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 6:24 pm    Oggetto: Rispondi citando

Alla serie di punti interrogativi che sollevi, mi permetterei di aggiungerne uno esclamativo, che si amalgama ai primi nel dare ancor più nitidezza al quadro d'insieme.

L'intelligenza di molte persone del Sud!

Attento: è altra cosa dall'intelligenza della gente del Sud, che pure c'è.

La prima presuppone anche un'individuale fame di cultura, spesso soddisfatta ai massimi livelli e con esiti egregi.

La seconda comprende anche un modo "a colori" (se mi Embarassed passi l'insolita figura retorica) di valutare, affrontare e superare i problemi.

Entrambe sono presenti in abbondanza nelle manifestazioni culturali che hanno in questo forum un punto focale; ma non mancano nelle tante realtà culturali analoghe e parallele, di cui qui spesso si accenna.

E lo dico per constatazione, non per altro.

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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 6:36 pm    Oggetto: Rispondi citando

Grazie a nome del Sud!

Va detto che quest'intelligenza meridionale andrebbe spesa nella direzione giusta!

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MessaggioInviato: Lun Ago 17, 2009 6:38 pm    Oggetto: Rispondi citando

...a volte, basta Wink dare il buon esempio...

...che è molto Cool contagioso...

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